DWH_D_19_05777.NEF“Ci sono certi sopravvissuti alle catastrofi i cui resoconti non iniziano mai con l’allerta tornado o il capitano che annuncia un’avaria ai motori, ma sempre molto prima, cronologicamente: sostengono di aver notato qualcosa di strano nella luce del sole, quella mattina, o troppa elettricità statica fra le lenzuola. Un litigio con il fidanzato. Come se il presentimento della sciagura si insinuasse in qualunque avvenimento l’abbia preceduta”. Si esprime così Evie, la protagonista di Le ragazze, romanzo di Emma Cline fresco di traduzione italiana, che ha il pregio di dire (con stile non eccelso, in verità) cose di una certa rilevanza sulle insicurezze dell’adolescenza, ma che ha un significato più esistenziale che materiale. Eppure è perfetto per inquadrare le caratteristiche maggiormente evidenti di quelli che negli anni Settanta, in tempi di autarchia linguistica quasi assoluta, venivano definiti ‘film catastrofici’ e che ora sono universalmente noti come disaster movie. Difficile che una pellicola della categoria sfuggisse a questa solerte diffusione di indizi preventivi; ed era pressoché inevitabile una parte iniziale in cui aveva luogo l’approfondimento psicologico dei personaggi, in modo da poterne poi apprezzare l’evoluzione, nonché le dinamiche scatenate dalla combinazione di caratteri e impulsi diversi di fronte alla catastrofe.

 
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Deepwater – Inferno sull’Oceano, diretto dal non irresistibile Peter Berg, apre forse una nuova frontiera nel cinema di genere. Il film, ispirato non da un romanzo o da un racconto, bensì da un articolo di cronaca pubblicato nel 2010 sul New York Times – che riportava la notizia della fuoriuscita di petrolio in una piattaforma al largo della Louisiana, la quale provocò 11 morti, parecchi feriti e un versamento di immani proporzioni nel Golfo del Messico – è di esemplare asciuttezza. Si concentra sulla giornata in cui si scatena l’inferno, guardando alle reazioni fisiche e istintive di alcuni lavoratori dell’impianto; e i minimi segnali preventivi di ciò che accadrà sembrano piuttosto un sobrio omaggio ai precedenti cinematografici, che non una strategia narrativa. Di certo Deepwaterche presenta Mark Wahlberg e Kate Hudson in palla e, soprattutto, Kurt Russel e John Malkovich convincentemente in parte – riesce a raccontare con efficacia le ore più difficili di un manipolo di lavoratori costretti al quotidiano eroismo per far fronte a situazioni costantemente al limite. E che nel momento della prova più ardua danno il meglio di sè. Peter Berg (The Kingdom, Hancock, Battleship) è meno fluviale e più essenziale del consueto: lavora per sottrazione, centellinando gli individui a cui assegnare il ruolo di personaggi (tre “buoni”e un “cattivo”, a conti fatti). Si limita, il regista-attore di New York, a raccontare quelli necessari per sostenere un discorso che valga in termini universali, comunque sufficienti per consentirgli di confrontare da vicino due facce della medaglia: chi le responsabilità se le prende e chi invece pensa di farla franca optando sempre per le scorciatoie; che nel mondo reale, purtroppo, pagano spesso. Il film non ha nulla di memorabile, ma nemmeno alcunché di sbagliato; e sotto il profilo del ritmo e della spettacolarità (verosimile, sia pure zavorrata da una fotografia consapevolmente livida), perfino qualcosa in più della media. In tempi di reiterate iperboli e muscolarità senza limiti che mascherano carenze di creatività, è liberatorio imbattersi in cinema d’azione in cui si faccia apprezzare, prima di tutto, la misura.

 

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