Non sarà un film a svelarci l’identità di Elena Ferrante, la persona (donna o uomo che sia) che si cela dietro un nome ormai celebrato in molti paesi del mondo. A chi corrisponda quel nome è un enigma, i cui tentativi di soluzione hanno offerto risultati controversi, e anche l’ipotesi più accreditata – secondo la quale si tratterebbe di Anita Raja, traduttrice e moglie del letterato Domenico Starnone – risulta priva di riscontri certi. Ora un bel documentario di Giacomo Durzi, Ferrante Fever, argomenta in maniera plausibile e (si auspica) definitiva, ciò che Ferrante stessa ha più volte affermato: che ella, in quanto scrittrice, vive nelle proprie opere; ed è puerile, oltre che ingiusto, cercare di squarciare a forza il velo dietro il quale si cela un individuo in carne, ossa e pensiero, che ci ha regalato pagine di prosa superlativa. Durzi, 40enne regista romano, si interroga in primo luogo sulla necessità di dare un volto all’artista. Conoscerlo risulterebbe utile, sarebbe un valore aggiunto? O soddisferebbe semplicemente la bramosia conoscitiva di fan e cultori, amplificata a dismisura verso quei personaggi che si sottraggono alla ribalta mediatica – siano essi la Ferrante, appunto, piuttosto che Salinger o Pynchon (per restare in ambito letterario), i Daft Punk (in musica), Banksy (nelle arti figurative) – come ci ha ricordato non molto tempo fa un irresistibile dialogo di The Young Pope di Paolo Sorrentino? Il problema resta aperto, perché in un mondo come il nostro, dove l’apparire sembra essere tutto, il negarsi è sovente accolto come un affronto. Ma non lo è, e i pochi elementi autobiografici che Elena Ferrante ha rivelato ne La frantumaglia – sorta di Zibaldone in cui sono raccolti articoli, corrispondenze e pensieri del periodo che va dal 1992 al 2003 – bastano e avanzano per avvicinare i suoi lavori. Certo, residuano curiose zone d’ombra (per esempio: la sua dichiarata partenopeità, che giustifica la simbiosi con una Napoli minuziosamente descritta, ma non spiega come sia altrettanto profonda la conoscenza di Torino, teatro della vicenda narrata ne I giorni dell’abbandono), ma sono dettagli che non possono scoraggiare un lettore consapevole, che alla suggestione, più che alla rivelazione compiuta, dovrebbe aspirare.

La “febbre” a cui allude il titolo è quella scatenatasi in America, in seguito a una recensione di James Wood su The New Yorker e al passaparola delle librerie indipendenti, che hanno reso un caso mondiale la tetralogia L’amica geniale. Che la Ferrante vada dunque cercata in ciò che scrive e non altrove, Durzi lo fa emergere efficacemente attraverso le parole di alcuni lettori d’eccezione: scorrono lievi, nel film, le riflessioni di giganti della letteratura come Jonathan Franzen ed Elisabeth Strout, della traduttrice americana Ann Goldstein, della studiosa italiana Giulia Zagrebelsky. Ma anche di cineasti come Mario Martone e Roberto Faenza (che hanno portato le sue novelle sul grande schermo, con risultati eccellenti il primo, non memorabili il secondo), nonché degli scrittori Roberto Saviano e Nicola Lagioia, avversari in ordine alla correttezza della candidatura di Ferrante nel 2015 al più importante riconoscimento letterario italiano, lo Strega, poi vinto da Lagioia con La ferocia. A legare insieme le diverse testimonianze provvede il montaggio magistrale di Paola Freddi e Mirko Platania; ma c’è anche un fil rouge narrativo, rappresentato dalle parole di Ferrante stessa, a cui presta voce (a tratti forse troppo impostata, di una solennità non sempre apprezzabile) la pur bravissima Anna Bonaiuto, protagonista di L’amore molesto, la riduzione cinematografica effettuata da Martone dell’omonimo romanzo, che segnò in principio di anni ’90 il folgorante esordio della scrittrice senza volto. Prodotto da RAI, Malìa, Sky Arte, QMI Stardust, e distribuito dalla stessa QMI, Ferrante Fever, è nelle sale italiane come evento speciale, per soli tre giorni, dal 2 al 4 ottobre; l’elenco degli schermi che lo propongono, in continuo aggiornamento, è consultabile su www.ferrantefever.it.

 

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