Lo sconfinamento acustico del cinema non è altro che uno scavalcamento di campo dello sguardo, la traduzione in prassi filmica del timore del sonoro nei confronti della macchina da presa, incapsulata in gabbie per assordare il rumore prodotto dai suoi ingranaggi sui set dei primi film parlati… Il rapporto tra sguardo è suono nasce al cinema come un dono che è un’interferenza, un’intrusione che sporca la purezza del sentire: è dunque un po’ un cinema ab origine quello che ordisce il filmmaker ravennate Daniele Pezzi in Beware The Dona Ferentes (in Concorso a Pesaro 2018), diario di un rapporto lungo dieci anni che lo lega a Michele Mazzani e alla noise music che produce col nome di Dona Ferentes. Postino nella vita, produttore di suoni disturbanti per vocazione musicale, Mazzani è l’oggetto di una narrazione che Pezzi organizza a partire dalla sua abitudine estemporanea di filmare ogni incontro della loro lunga amicizia in cui siano stati prodotti suoni/rumori. Il film è un raccordo impossibile tra la documentazione e le liberazione visivo-sonora, l’ideale punto di contatto tra lo Scorsese di The Last Waltz, il Godard di One plus One, il Michael Snow di La région centrale e il Demme di Stop Making Sense.

 

La strategia di immersione nel flusso sonoro qui si produce in un dispositivo che dispone l’immagine nel ventre dell’immagine: un film Cavallo di Troia – timeo dona ferentes, diceva per l’appunto Virgilio – che affianca un produttore di suoni e si lascia assordare dal suo dissenso sonoro. L’ascolto delle sue sonorità è attraversato dal disturbo della sua voce, ascoltata come un’interferenza carpenteriana, (ri)prodotta con variazioni di velocità che la rendono quasi arcaica, un po’ come il Necronomicon de La casa di Raimi che si sente a un certo punto… Pezzi lavora sulla riquadratura del frame nel frame, con una prassi visiva abbassata a livelli da editing analogico (“picture in picture”, effetto mosaico…), in simbiosi con il decadimento sonoro cercato da Mazzani nella sua produzione. E poi accensioni psichedeliche, rapide fughe nell’immagine stroboscopica, soprattutto un persistente senso di allusione che incide la materia vibrante del testo filmico: c’è sempre qualcosa che sembra nascosto nel visibile, in questo film, un dissenso che si agita nel ventre di ogni gesto filmico. Non per nulla restano materialmente impresse sulla retina dello spettatore le prospettive di fuga naturali, quasi un dissenso organico al materico stridore della noise music del protagonista. Come se Mazzani fosse lo spettro perduto del viandante sul mare di nebbia di Friedrich.

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