Il sentimento della morte, ma soprattutto quello della vita, o meglio dell’esistenza come durata, come sfida ai cambiamenti imposti dal tempo, dalla storia. C’è un persistente sentimento della resistenza in So Long, My Son (“Di jiu tian chang”), il nuovo film di Wang Xiaoshuai in Concorso alla Berlinale 69, dove il regista cinese torna dopo aver vinto un Gran Premio della Giuria nel 2001 con Le biciclette di Pechino e nel 2007 un premio per la sceneggiatura di In Love We Trust. Proprio con quest’ultimo film So Long, My Son ha degli elementi in comune, perché torna a riflettere sul valore dell’amore che lega una coppia al figlio, al bisogno di dare continuità alla propria storia. Qui ci sono infatti un padre e una madre che sopravvivono al dolore per la tragica morte del loro amato figlio, annegato in una palude mentre giocava con l’inseparabile amichetto. Muovendosi nell’arco di trent’anni, il film descrive gli eventi che da questa perdita ruotano attorno al la famiglia: il tentativo di sostituire il figlio morto crescendo un orfano che non riuscirà a dare loro la felicità sperata, il rapporto solido e solidale con la famiglia di amici il cui bambino ha in qualche modo provocato la morte del figlio, il bisogno di una nuova maternità fermato dalle leggi per il controllo delle nascite, la fugace storia d’amore del marito.

So Long, My Son costruisce nell’arco di tre ore una narrazione che si muove tra passato e presente, rendendo dinamico il rapporto tra l’esistenza della coppia, il loro dramma familiare, e il quadro offerto da una Cina che attraversa i mutamenti della società imposti dalla necessità di dare un nuovo volto al paese. Wang Xiaoshuai si sofferma sui dettagli, sui personaggi paralleli, per raccontare l’umanità di un paese che ha legato come pochi altri il destino dell’individuo alla trasformazione dello stato, alle mutazioni forzate dei modelli di vita. L’assetto narrativo di So Long, My Son risuona dunque di tematiche già note: c’è il rapporto tra tradizione e modernità, c’è il confronto tra progresso sociale e radici culturali, c’è la riflessione sulla distanza che separa la gestione collettiva delle esistenze e i bisogni dell’individuo, c’è lo scarto generazionale tra genitori e figli. Insomma, un melodramma familiare ma anche un affresco storico di una Cina che guarda al proprio passato, così come al presente e al futuro, con un senso malinconico di riconciliazione piuttosto inedito. Lo sguardo di Wang Xiaoshuai resta però rivolto verso la natura dei sentimenti, la scena si mantiene marginale e ciò che emerge è soprattutto il valore di una ritrattistica concentrata sui piccoli gesti, sulla pazienza antica, sulla sopportazione. I personaggi cercano una via per riconciliarsi con la storia e la trovano nella capacità di guardare prima di tutto all’uomo, sorpassando nella cerchia delle relazioni affettive private il senso di un collettivismo che ha cambiato il volto della società cinese.

 

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