Manca la febbrile urgenza che in genere presiede al filmare di Mario Martone, quel suo approccio razionalmente promiscuo alla materia che tratta, quel rapporto di certo non istintivo ma comunque pulsionale che sa instaurare. Sarà per questo che Capri-Revolution (Venezia 75) risulta così improprio, celibe, addirittura distaccato. Esito ancor più incongruo se si considera che Martone si confronta con una scena magmatica in cui, in un arco temporale d’inizio Novecento, convergono l’arcaica e selvaggia bellezza naturale di Capri, le spinte spiritualistiche tra vita e arte della comune di giovani nordeuropei giunti sull’isola e lo spettro della grande guerra che avanzava inesorabile. L’affresco nasce evidentemente con l’intenzione di farne uno specchio del nostro tempo, intrecciato tra grandi paure armate, intrecci culturali non sempre coerenti, un naturale conflitto tra razionalismo e spiritualità, scienza e natura, accoglienza e rigetto. Martone sa anche troppo bene cosa e perché vuole raccontare di quella Capri popolata da pastori e notabili provinciali che si trovò ad accogliere una comune di artisti che cercando l’armonia tra uomo e natura, coltivavano mitologie arcaiche, praticavano il nudismo, l’omeopatia, la danza. La scelta stessa, in sé palesemente didascalica, di affidare il timone narrativo al personaggio di Lucia, pastorella di umile famiglia (a interpretarla è la Mariana Fontana di Indivisibili) che si fa coinvolgere progressivamente in quel mondo per lei inizialmente inconcepibile e finisce col trovare in esso la propria emancipazione definitiva, denota l’intento di tenere una prospettiva esplicativa, in cui la funzione empatica non è prevista.

 

Se poi si aggiunge il confronto diretto con l’elemento contraddittorio rappresentato dal medico condotto, portatore di una fede razionalistica opposta allo spiritualismo degli artisti e propugnatore dell’urgente inevitabilità dello scontro bellico, risulta chiaro che Capri-Revolution si propone consapevolmente come un film paradigmatico, che coltiva il dubbio come formula teorica invece di praticarlo come forma espressiva. La ricerca quasi pittorica dell’equilibrio tra le forme naturali e le figure che in esse si collocano, odora di un neoclassicismo che non ci si aspetterebbe dal regista di Noi credevamo e Il giovane favoloso: rispetto a quei film, Capri-Revolution manca proprio della capacità di sfuggire alla prassi della messa in scena, non riesce mai a librarsi in un rapporto istintivo con le cose che mostra e con quelle che intende rappresentare, dire, evidenziare. I corpi, per quanto spesso nudi, appaiono comunque e sempre vestiti del loro ruolo, posizionati secondo coreografie che non liberano mai l’energia delle idee di cui dovrebbero essere espressione. La tensione ideale che dovrebbe presiedere al flusso narrativo ha l’agilità di un riassunto divulgativo, la ricchezza emotiva delle situazioni resta incisa su forme e corpi legnosi. Un altro mondo è possibile…

 

 

 

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