A detta della sua famiglia, Moll è un tipo selvaggio, sfuggente, eccessivamente ribelle. Moll, invece, si descrive come un’orca che ha trascorso troppo tempo rinchiusa in una vasca, colma del desiderio di ritornare a essere se stessa in mare aperto. Una metafora non molto distante dall’animo inquieto della 27enne, a cui la vita sull’isola di Jersey sta troppo stretta, oppressa dalle regole di una famiglia conservatrice e poco propensa a tollerare la libertà personale. L’incontro col “selvatico” Pascal spalanca le porte di un percorso di emarginazione sociale e di riappropriazione della propria identità, per quanto non priva di ombre.

Per il suo primo lungometraggio, Beast, in concorso al 35° Torino Film Festival, l’inglese Michael Pearce sceglie di attingere a parte del suo vissuto personale (è nato proprio a Jersey, nello stretto della Manica), ispirandosi al clima rigido e opprimente della piccola comunità dell’isola di cui egli stesso ha avuto esperienza, descrivendo il sentiero di emancipazione di una ragazza che non si limita solo alla deflagrazione di un desiderio sessuale quasi primitivo, dove contano gli odori e gli sguardi prima ancora che l’avvenenza fisica; ma tocca anche un processo di maturazione dove a emergere sono gli aspetti più controversi della personalità di Moll, impigliata in una rete di sospetti e consapevolezze tornate a galla dal suo passato.

Mentre da un lato assistiamo al crescendo dell’amore e dell’attrazione fra Moll e Pascal, che si consuma sulle scogliere, nei prati, nell’oscurità incombente dell’imbrunire, in un paesaggio-cornice dalla bellezza aspra e rurale, dall’altro lo sviluppo narrativo sulla caccia a un serial killer che coinvolge Pascal (sospettato principale) contribuisce a rendere più rarefatte le certezze sui ruoli e le situazioni in una storia in cui l’innocenza finisce per non avere confini ben definiti. Col proseguire del suo allontanamento dalla comunità, e passando per le verità nascoste alla polizia che indaga sugli omicidi, Moll compie un netto rifiuto del mondo da cui proviene e ridisegna una nuova idea di sé, alla luce di un passato che ha sempre cercato di rimuovere (il tentato omicidio di una compagna di classe), fardello ormai pesante e inaggirabile che però nel clima di sospetto del suo compagno assume un senso differente.

Soprattutto nella prima parte del suo film, decisamente più riuscita, e dove gli ambienti naturali dell’isola vengono enfatizzati nella loro selvaggia suggestione, Pearce riesce a mettere in scena un microcosmo credibile dove il nucleo familiare si fa prigione e al tempo stesso condanna, realtà che non esita a giudicare e puntare il dito contro le “bestie” che si rifiutano di aderire alle sue regole e convenzioni. Un mondo da cui è bandita ogni spontaneità e libertà, ma il cui abbandono – anche violento – segna il definitivo passaggio all’età adulta.

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