E’ sempre nello scarto tra la realtà interiore e la coordinate imposte dal mondo che Lee Chang-dong colloca il suo cinema. Ma Jongsu, il protagonista di Burning (in Concorso a Cannes 71), quello scarto lo vive in una dimensione tutta mentale, invece che nella definizione morale del suo rapporto con la realtà. E questa, per il regista sudcoreano, è una differenza non da poco, perché definisce per il suo nuovo film uno spazio insolitamente irreale, astratto, in cui l’immaginazione prende il posto dell’epifania di fatti drammaticamente reali, della rivelazione che sconvolge l’ordine interiore delle cose, in cui i protagonisti di Oasis, Secret Sunshine o Poetry ridefinivano tragicamente il loro posto nel mondo. Sarà che in Burning l’ispirazione viene da un racconto pubblicato nell’83 dal giapponese Haruki Murakami, da cui Lee Chang-dong ha desunto il ritratto di un personaggio insolitamente vago, indifferenziato, sconnesso rispetto alla realtà. Jongsu è una specie di foglio bianco: si è laureato e nutre ambizioni da scrittore, ma intanto vive tra Seoul, dove fa il fattorino, e la casa di famiglia in campagna, che deve accudire da quando il padre è finito in prigione in attesa di un processo per aver ferito un poliziotto. Il caso gli fa incontrare Haemi, sua vicina e compagna di giochi in infanzia, che lo travolge con la sua leggera vitalità e lo fa innamorare. Ma poi lo lascia sospeso su una relazione indefinita quando, al ritorno da un viaggio in Africa, si presenta accompagnata da Ben, strana figura di dandy nullafacente, che vive in una casa di lusso, si muove in Porsche e frequenta feste. Ed è proprio questa sorta di Gatsby (uno dei tanti che popolano Seoul, dice di lui il protagonista…) che insinua nella realtà di Jongsu il dubbio di un mistero sospeso tra immaginazione e realtà: perché d’improvviso Haemi sparisce letteralmente nel nulla e, agli occhi di Jongsu, Ben diventa il punto di fuga di un possibile delitto, che ha a che fare con lo strano hobby che il ricco ragazzo gli ha confessato, quello di dare fuoco alle serre disseminate nelle campagne attorno a Seoul…

Il film prende così la deriva di un disequilibrio radicale tra la realtà dei fatti e la loro torsione immaginaria, disperdendo la corrispondenza tra atto e ipotesi, dato e immaginazione, che sin dall’inizio viene messa in crisi agli occhi di Jongsu. Haemi smaterializza se stessa dopo aver smaterializzato nel gioco del mimo un mandarino, dopo aver costretto Jongsu a nutrire un gatto invisibile, dopo aver raccontato di una notte trascorsa da bambina in un pozzo di cui la sua famiglia non ha memoria… Ben, dal canto suo, allude invece di dire, annuncia roghi che Jongsu non riesce a vedere… Tutto contribuisce a far precipitare il protagonista nel baratro di una realtà che perde le coordinate della concretezza e assume la volatilità del fumo, trasformandolo in una figura sospesa su quella indefinitezza che lascia i personaggi di Lee Chang-dong in bilico tra ciò che sono, ciò che vorrebbero essere e le responsabilità cui devono far fronte. Ma è la prima volta che nel cinema di Lee Chang-dong il peso morale delle azioni perde la sua concretezza fattuale, che il dubbio non corrisponde a un dato di fatto appurato, che la colpa resta indefinita e induce il protagonista in una sfera morale incerta. Burning rappresenta una sorta di scavalcamento di campo nel cinema di Lee Chang-dong, collocandolo in uno spazio che nella scena del cinema sudcoreano è appartenuta maggiormente, semmai, al primo Bong Joon-ho. Questo però aggiunge al cinema di Lee Chang-dong una profondità insolita, filmicamente più vibratile e tematicamente più vaga: Burning è un’opera liminare, che si muove con attitudine quasi antonioniana sul rapporto tra realtà e ipotesi, sulla verità del dubbio, sulle conseguenze del gesto immaginario, sul peso concreto dell’irrealtà. Non ha la potenza drammaturgica assoluta dei suoi film precedenti, ma con Burning Lee Chang-dong ha aggiunto la ricchezza dello scarto logico alla tradizionale pulsione morale del suo cinema.

 

 

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