C’è una determinazione squisitamente politica nel primo lungometraggio da regista di Maysaloun Hamoud Libere disobbedienti innamorate (distribuito da Tucker Film). Protagoniste sono tre govani donne arabo-istraeliane che vivono la loro vita in modo apparentemente ribelle, in una Tel Aviv nota per la sua frenesia giovanile. In realtà la premessa ha la consistenza di un velo sottile, perché dietro alle feste, gli spinelli e l’alcol, ci sono donne consapevoli e determinate, pronte a ogni sacrificio pur di non perdere libertà e identità. Un film politico nel senso più profondo e tenace, dunque, in quanto tutto focalizzato sulle relazioni interpersonali, sui modi di mettersi in gioco o meno con chi vive loro accanto. Non ci sono barriere né pregiudizi, perché sono ostacoli che hanno già dovuto affrontare nella loro vita di professioniste, lavoratrici, amanti, figlie e donne. Non hanno illusioni ma una rigida speranza nel futuro.  Maysaloun Hamoud racconta ciò che conosce bene e s’insinua nei luoghi fisici e narrativi con disinvoltura e coraggio. Anche le convenzioni cinematografiche vengono trasformate e personalizzate, al punto che un film dall’aria di commedia cambia presto pelle e lascia emergere drammi sociali e intimisti attraverso uno sguardo più punk che realista.

Libere disobbedienti innamorate si specchia in se stesso, dall’inizio alla fine, tracciando un percorso in ascesa che poi, però, torna al punto di partenza. Due inizi e due finali, prima la ceretta alla sposa, in cui domina il discorso tradizionalista e ottuso della donna che deve essere bella e pronta per il suo uomo, poi la trasgressione, la festa, la libertà, il lavoro e la quotidiana lotta, triste ed eccitante. Per tornare, infine, ad una ennesima festa e alla consapevolezza che il mondo non è cambiato, nonostante la forza, le rinunce e le piccole conquiste.  È come se l’avvocato Leila, la dj Selma e la studentessa Nour (e tutti i giovani palestinesi di Israele) fossero confinati in una sorta di limbo, una terra di mezzo in cui le donne vivono la doppia oppressione (sono donne e palestinesi, per giunta) e gli uomini si accontentano di cambiare maschera nelle diverse situazioni e nelle opposte convenienze. E Hamoud si concentra su questi attimi. Asseconda i volti e li scava fino a portare in superficie ciò che non si vede. Il titolo originale “In between” era ben più incisivo nel dichiarare senza giri di parole l’equivoco in cui sono imprigionati i suoi protagonisti, i muri invisibli che impongono ad ognuno di vivere la propria vita senza mai poterla realizzare davvero. Frammenti di benessere e lampi ingannevoli di felicità. Obiettivi ben visibili, ma sempre impossibili da raggiungere, scivolosi e ingannevoli. La relazione sulla vita delle donne della nuova generazione, dunque, è quanto mai pessimistica secondo la giovane Maysaloun Hamoud (nata a Budapest ma cresciuta in un villaggio a nord di Israele), che affronta i codici obsoleti della società patriarcale e maschilista con la saggezza di non relegarla ad una condizione politica o ad una realtà religiosa, ma insinuandosi nei pensieri e nei gesti dei singoli, partendo dalla miniatura ed arrivando ad una fotografia estesa della realtà.

 

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