A Yousri Nasrallah, il regista che dopo Youssef Chahine porta nel mondo la qualità artistica del cinema egiziano (lo scorso anno la sua opera più recente, Brooks, Meadows and Lovely Faces era nel concorso internazionale locarnese), e a Paola Turci, diamante che di-segna con voce e parole, corpo e musica, l’esplosiva flagranza dell’esserci, il compito di decretare i premi della sezione Cineasti del presente della settantesima edizione del festival di Locarno: Nasrallah, presidente; Turci, uno dei membri della giuria. Tra i film in gara c’è il secondo lungometraggio della cineasta di Brooklyn Eliza Hittman, Beach Rats, che esordì nel 2013 con It Felk Like Love. Entrambi i lavori, presentati al Sundance, dove Hittman ha ricevuto  il premio per la migliore regia per Beach Rats. Che del cinema indipendente americano preserva e salva lo sguardo sincero, tenendosi lontana dalle trappole dell’esibizionismo, dello stile forzato. Sta dall’altra parte, il film di Eliza Hittman. Dalla parte del cuore, delle incertezze, dei gesti semplici (che tali non sono), delle tenerezze, della complicità con i soggetti descritti. Camera a mano delicata che accarezza nel corso di tutto il testo volti e corpi colti, a partire da quello del protagonista, l’adolescente Frankie, in stati d’instabilità, d’insicurezza, collocati in un limbo esistenziale, soprattutto identitario.

 

Accade, la narrazione di Beach Rats, nei giorni e nelle notti di un’estate a Brooklyn, incorniciata dagli spettacoli dei fuochi d’artificio, che incorniciano pure il film: quasi all’inizio (pre-testo per fare incontrare Frankie e la giovane Simone), alla fine (mentre Frankie vaga solitario durante un’altra notte che al tempo stesso lo inghiotte e lo lascia spettatore), nelle scene dove essi ri-appaiono come salvaschermo sul computer del ragazzo (glieli ha messi Simone, che li ama così tanto, quando cercava di fare l’amore con lui). Un computer utilizzato invece da Frankie, nella sua camera-rifugio nello scantinato della casa (dove abita con la madre, la sorella più piccola, il padre in fin di vita, che poi muore), per altre necessità: frequentare siti gay, cercare uomini e incontri. Frankie si sente gay. Lo è? Nelle chat si nasconde e mostra, fa fatica a pronunciare parole con contenuto sessuale, vuole vedere ma si copre gli occhi di fronte a quelle tentazioni che lo attraggono e che cerca di respingere. Anche nel filmare, fin dall’inizio, gli autoritratti che il ragazzo si fa con il cellulare e le immagini dai siti gay Hittman sfugge ai luoghi comuni, mette in dialogo con naturalezza media differenti, così come nei detour compiuti da Frankie nel boschetto accanto alla spiaggia per fare sesso con sconosciuti la regista mantiene quella vicinanza soggettiva ovunque diffusa nelle inquadrature, uno sguardo d’autore proprio perché invisibile (in una sorta di controcampo a certe visioni radicalmente intellettuali nel trattare soggetto e ambienti simili, si pensi a quelle che abitano il cinema di Alain Guiraudie…). Beach Rats è, come già It Felt Like Love, il ritratto corale di giovani personaggi e corpi in cerca di una struttura. Che Simone, a differenza degli altri, già possiede e non trova, dicendoglielo, in Frankie – che con lei, con la madre, con i tre inseparabili amici, non riesce a dire il suo malessere o riesce a esprimerlo malamente con comportamenti e parole altrettanto inadeguati. Si percepisce nel film di Eliza Hittman una sorta di tempo e di spazio fermo dove le cose si ripetono (nella camera di Frankie, in spiaggia e nei suoi dintorni, nella metropolitana sotterranea e di superficie, nelle discoteche…), ma con variazioni. Prove nella vita inesperta di un ragazzo e segni di una sensuale determinazione filmica nel renderle visibili.
 

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