Prendete Il diavolo veste Prada, portatelo dal giro fashion a quello letterario, mettete Sigourney Weaver al posto di Glenn Close e otterrete My Salinger Year, il romanzo sostanzialmente autobiografico di Joanna Rakoff prima e ora il film che ne ha tratto il canadese Philippe Falardeau, lanciato in apertura della 70ma Berlinale. Il gioco è tanto evidente che si rincorre come una banalità in ogni discorso su questa commedia dai toni soft, sorta di tardo coming of age letterario che adombra umori salingeriani e s’impunta sulla performance classicheggiante di Sigourney Weaver. E’ lei Margaret, l’austera titolare di una delle più antiche agenzie letterarie newyorchesi dove la giovanissima Joanna viene assunta, coi suoi 23 anni e il sogno già dismesso di fare la poetessa. La storia è quella vera della Rakoff, nel film trasfigurata nella determinata e lieve presenza di Margaret Qualley, bella luce sul volto, la stessa della Pussycat che in C’era una volta a… Hollywood catturava l’attenzione di Brad Pitt fermo al semaforo. Ecco, diciamo che se il film di Falardeau ha un motivo, questo sta proprio nel duetto d’istinto e differente carisma che queste due presenze ingaggiano con la macchina da presa: la Weaver sobria e tagliente nella sua mise da signora, la Qualley docile e temperamentale nella sua trasparenza.

 

 

Il film in sé è semplice commedia al caramello (persino nei colori soft della New York anni ’90 fotografata da Sara Mishara: nome da tenere a mente), ma trova una sua via d’accesso a una sua intensità proprio nel confronto tra la giovane sognante e la severa anziana che si rispecchiano, ovviamente, l’una nelle attese e nelle ambizioni deluse dell’altra. Il punto di contatto è la vita letteraria, o meglio il vivere di poesia, avendo a metro l’istituto salingeriano e misurando i passi con la sopravvivenza nella realtà quotidiana. La giovane Joanna legge le lettere dei fan del mitico J.D. e invece di rispondere secondo prassi consolidata, si prende la briga di scrivere lettere d’incoraggiamento. Intanto il suo ragazzo batte sui tasti del suo primo romanzo, Salinger si rifà vivo in agenzia per ripubblicare con un piccolo editore un suo vecchio racconto, Margaret gestisce la situazione e via dicendo. Falardeau scrive con sagacia letteraria, si diverte a ricostruire una New York anni ’90, quando ancora si poteva scrivere a macchina ma già le tastiere dei computer si facevano avanti. Il film è semplice e a suo amodo amabile, nel senso che raddolcisce la scena della vita con il classico dissidio tra ultimi fremori d’innocenza e  attese della vita adulta. L’amore fa da sfondo, a volte colorato (l’incontro con l’ex di Joanna e la scena musical del balletto) a volte contrastato, il tempo si dilata qua e là nel solito vezzo della narrazione “in macchina”, che ormai torna e ritorna quando un regista vuole fare l’autore. Tutto procede in ordine, senza grandi presete. Gradevole e facile da dimenticare.

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