La trama della responsabilità, ovvero l’idea che le biografie si costruiscono e si intrecciano assumendo il senso del proprio valore rispetto al valore dei propri affetti. Già nel segno del suo titolo ottativo, Magari, il film d’esordio di Ginevra Elkann che ha aperto Locarno 72 in Piazza Grande, si pone nell’ottica di un desiderio che cerca di costruire una realtà migliore. Le figure in campo sono quelle della scomposizione parentale, della famiglia dispersa nei casi della vita: una coppia separata, il papà italiano (Scamarcio), regista in impasse che scrive e riscrive la sceneggiatura del suo nuovo film, la mamma russa ortodossa in attesa di un bimbo avuto col suo nuovo compagno, due fratelli in bilico sulla loro adolescenza e una sorellina che non accetta l’ormai lunga separazione dei genitori e continua a sperare che si amino ancora. La scena è quella degli anni ’80, incipit parigino, dove vive la madre, con i tre figli, e sviluppo italiano, nella casa sul litorale romano di Carlo, il padre, al quale la donna affida i tre ragazzi per una vacanza che la lasci tranquilla con la sua nuova gravidanza. Il malumore dei due ragazzi, il malaticcio Jean e il sedicenne Seba, è temperato dalla speranza della piccola Alma di poter operare per la riunione familiare, salvo poi scoprire che il padre, preso nelle spire della scrittura, ha accanto Benedetta (Alba Rohrwacher), sua compagna di scrittura e non solo.

 

L’impianto è questo, tutto sommato scontato nella sua struttura complessiva, costruito su dinamiche psicologiche chiare e note, ma la tenuta sentimentale del film regge bene, lasciando sfumare l’assunto di un istinto dichiaratamente basato su “memoria e nostalgia”, dice la Elkann, nei colori stemperati di un’opera che si affida imprevedibilmente alla distanza emotiva: sottraendo le punte drammatiche, fermandosi sempre a un passo dalla pienezza della scena. Le relazioni si scontornano e le reazioni si trattengono nel gioco lasco delle psicologie. Le stesse smagliature nel disegno dei personaggi si traducono in una fragilità che è partecipe e crea un’intimità diffusa e condivisa. La scelta di porsi nella prospettiva illusoria della piccola Alma è più un orientamento emotivo del film che non un dichiarato punto di vista (e per questo infastidiscono i passaggi che non rinunciano ad affidarsi alla sua voce narrante, eterno malcostume dei film italiani), lasciando che poi la focalizzazione sia condivisa, come un sentire diffuso. La stessa coralità allargata che il film cerca per pura strategia di sceneggiatura, con l’entrata in scena dello zio americano e degli altri personaggi, non disturba il senso di complicità labile ma autentica che in fin dei conti si costruisce tra i protagonisti. E la figura di Benedetta risulta interessante perché si offre come controcampo adulto, dunque realistico e concreto, alla focalizzazione desiderante della piccola Alma. Il tutto è poi valorizzato dalla fotografia di Vladan Radovic, che si aggancia alla solarità distratta di una Sabaudia fuori stagione.

 

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