Il cinema civile americano sta attraversando una fase molto interessante. Lo sguardo che i registi hanno dimostrato di adottare per raccontare retroscena e scandali della vita politica statunitense sono prepotentemente connessi anche con il media che deve veicolare la notizia. Esattamente come nel recente The Post (2017), anche in The Front Runner si cerca di perseguire un obiettivo morale prima ancora che cronachistico. Reitman non è infatti interessato all’ascesa e alla caduta del suo eroe tragico (Gary Hunt, candidato favorito per la presidenza degli Stati Uniti nel 1987), quanto piuttosto a tematizzare il valore centrale e ineguagliabile del mezzo d’informazione. Il film infatti si apre con un importante long take che racchiude le numerose facce della televisione: dall’elettrodomestico casalingo sino alla trasmissione del segnale in diretta, passando per i lanci dell’anchorman, le premure dell’assistente, i fari, i cavi e il furgoncino che funge da regia nelle trasferte. Il giornalismo è quindi il vero protagonista del film. Un giornalismo sempre più meschino e pronto a tutto che non si fa (più) scrupoli a invadere il campo del privato pur di farsi tramite di notizie sensazionalistiche. Gli anni contemporanei sono sicuramente un terreno più che fertile in cui interrogarsi sul tema.

 

Oggi la sfera pubblica e quella privata si sono fuse non solo ai massimi vertici della società, ma anche alla sua base dove milioni di persone decidono quotidianamente di condividere con il mondo intero la loro quotidianità sui social. Inoltre, in America la figura di Trump ha dato ottimi spunti in merito non solo annullando la divisione tra le due sfere ma creando ulteriori scandali ai quali il giornalismo non si è sottratto. Reitman sembra voglia partire proprio da qui, sembra voler portare sul grande schermo il primo cedimento di un’integrità morale ormai del tutto dissipata. The Front Runner non è l’omaggio retorico a un mondo che non c’è più mirato a sottolineare il decadimento ulteriore dei tempi (le marachelle di Hunt sembrano nulla in confronto a quanto siamo soliti sentire oggi), ma è piuttosto un film che racconta i primi cedimenti di una spirale avvolgente e letale che si sta alimentando tutt’ora. Cede il protagonista, infatti, sia nel privato che nella carriera pubblica, cede sua moglie nel recepire la notizia, cede il fidato giornalista nel fargli una domanda “scorretta”, cede l’editore del giornale permettendo una simile linea editoriale e via dicendo. La crisi di valori odierni, quindi, non è da ricercare in un unico, accomodante, capro espiatorio: bisogna invece cercarla in tutti noi. Questo perché, come detto all’inizio, fare televisione è un lavoro di gruppo. E quando si lavora in gruppo, ci si divide sempre la responsabilità dell’esito, positivo o negativo che sia.

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