Uno dei momenti più forti di The Brink, il documentario su Steve Bannon diretto da Alison Klyman (Ai Weiwei Never Sorry) e prodotto da Marie Therese Guirgis, sua ex collaboratrice, è il riferimento diretto a Abrahm Lincoln, quando legge, identificandosi, pagine del più autorevole presidente degli Stati Uniti d’America. “On the brink of destruction” sull’orlo della distruzione che per il grande mistificatore Bannon rappresenta il momento in cui è stato iscritto tra gli indagati per le interferenze russe nell’elezione di Trump e successivamente allontanato dalla Casa Bianca e da Breibart News. In un anno di “pedinamento”, in continuo viaggio tra Stati Uniti ed Europa si riassume la vita di questo populista o “nazionalista economico” come ama definirsi, che mira ad influenzare il pensieri di ampie masse di persone, senza preoccuparsi di cadere spesso in evidenti contraddizioni nel momento in cui si trova di fronte ad un interlocutore che è più informato e attento ai suoi vuoti di pensiero.

“È sempre stato un venditore. È un banchiere d’investimento. È sempre stato fermamente guidato dall’interesse personale e ha sempre utilizzato la sua forte personalità in situazioni che gli arrecassero vantaggio”, spiega Marie Therese Guirgis che, per smascherarlo, decide di intraprendere questo progetto di un film che semplicemente osservi la vita di un uomo e della sua cerchia di collaboratori, nei meeting, nei dibattiti pubblici, durante i talk show radiofonici o televisivi, ma anche nei pochi momenti di intimità. Un anno in cui si attraversano due diversi scenari, quello delle elezioni americane di metà mandato, e quello delle elezioni europee, in cui cerca di raggruppare e influenzare i partiti di estrema destra di Francia, Belgio, Germania, Svezia e Italia. In primo piano i suoi incontri con Nigel Farage, Louis Aliot, Mischael Mondrikanen, Filip Dewinter e Giorgia Meloni e i suoi discorsi spesso incompleti e fumosi sull’identità politica che intende rappresentare. Eppure, quest’uomo che indossa sempre due camicie, è in grado di accentrare le attenzioni dell’elettorato e, almeno negli Stati Uniti, instaurare con la gente un rapporto di esaltazione reciproca che ci lascia stupefatti e frastornati sui meccanismi elementari che stanno alla base della ricerca del consenso politico nella nostra società. Basandosi sulla massima, cara a Donald Trump secondo cui non esistono cattivi media, Bannon si concede ad ogni esposizione mediatica, compresa quella di collaborare ad un documentario che lo vede in azione in ogni momento della giornata, in ogni circostanza, capovolgendo la verità, dissimulandola senza timore di contraddirsi, come quando, intervistato dal giornalista del Guardian Paul Lewis, sostiene l’esistenza di un movimento neofascista in Italia, ma al tempo stesso lo nega, per non compromettere le apparenze. Ed è proprio questo, infine, il pregio di TheBrink, smascherare le apparenze ponendosi continui interrogativi, cercare in ogni momento un varco, una fessura di luce tra ciò che appare e ciò che è.

 

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