L’immagine della lama sul ghiaccio è di per sé lampante, racchiude perfettamente l’idea di un film che nasce e si conclude sul tagliente equilibrio della sua natura emblematica. Tonya incide il suo segno sul piano algido e liscio di una pista che trasforma l’esibizione in confronto e l’ambizione in scontro. Ad andare in scena è lo spettacolo di Tonya Harding contro il resto del mondo: tutto il mondo, se stessa compresa… Ovvero il dissidio assoluto di una identità che incarna il peggio della competitività, quella nata e cresciuta in basso, all’ombra del vapore dei signori, nel ventre più stolido di una realtà modulata nemmeno più sul successo, ma ormai solo sulla sopravvivenza in cerca di sazietà. La ritrattistica (femminile) della Hollywood trans-indie ci ha abituati a questi biopic a testa ingiù: figure appese per i piedi sulla vetta del loro successo, il sangue che va al cervello e provoca vertigini, la vita capovolta tra la gestione della rivalsa e l’indigestione della propria immagine, il sorriso incattivito che diventa ghigno immusonito nell’urto della caduta, lo sguardo fermo di chi rialza la testa nonostante tutto… Joy Mangano come Billie Jean King (La battaglia dei sessi) come Jordan Belfort (Wolf of Wall Street)…

A dispetto dello sguardo e del dialogato in macchina, la narrazione scavalca puntualmente la prima persona singolare e s’inerpica sulle vette della metafora sociale: I, Tonya – come da titolo originale – dischiude l’abisso della soggettività della protagonista sullo sfondo dell’inane America clintoniana, chiusa tra le truci parentesi dei due Bush, scolpita a tratti cubitali come fosse sul Monte Rushmore. Tonya Harding, passata alla storia come la pattinatrice olimpionica che fece gambizzare la sua rivale, è vittima di se stessa. E della madre. E del marito. E della bella società in tutina e pattini, che non riusciva a digerire le sue maniere troppo determinate e troppo poco ipocrite. La narrazione è nota, tanto quanto la cronaca che vide azzoppata Nancy Kerrigan, la sua unica rivale per giochi olimpici invernali del ’94. Il film di Craig Gillespie metabolizza l’astio e lo trasforma in tessitura caratteriale di ogni personaggio, un intreccio di bassezze che non lascia scampo all’umanità beata: la scansione della personalità turbata di Tonya parte dall’infanzia, intreccia l’orrida figura materna (notevole Lavona interpretata da Allison Janney), incappa nel marito Jeff, ombroso angelo custode, slitta sul giaccio della pista di pattinaggio con maestria superiore alle compagne. Ma è la grazia che manca, la gentilezza del gesto. E la carenza non è tanto sua, quanto dello sguardo dei giudici, che non riescono proprio ad accettarla. Viene in mente l’America first trumpiana, è chiaro, il suo involgarito imporsi a muso duro contro tutto e tutti, in primis se stessa. Margot Robbie è interprete intelligente, insiste nella progettualità di un film che incarna in sé con la medesima determinazione con cui Tonya Harding incarnava la sua maledizione. La precisione della ricostruzione, il riprodurre fedelmente le scene topiche (il pattino slacciato nella prova decisiva mostrato alla giuria, i costumi, i gesti) così come i volti, gli abiti, le frasi, le posture di ogni personaggio, da Lavona a Jeff a Shawn, il suo demente amico guardaspalle. Ma la dinamica risulta sostenuta da uno spirito mimetico, come se tutto si risolvesse nella disposizione delle scene, nell’articolazione dei vissuti, nell’elaborazione dell’emblema, nella scrittura simbolica. La schematicità con cui il film corrisponde alla dimensione soggettiva della narrazione in macchina, agli esibiti scavalcamenti di campo narrativo, al vezzeggiare indie col pilota automatico, frenano l’esito, lo liofilizzano e lo filtrano. Persino la cattiveria sembra precotta e il senso di amarezza che vorresti provare a fine film non sale dallo stomaco, resta semmai nelle narici, come l’odore del fumo che non conosce arrosto.

 

 

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