Saranno anche archiviate le atmosfere desertiche e avventurose del precedente Loin des hommes (Far from Men), ma nel passaggio al polar, David Oelhoffen porta in dote lo stesso precipitato umano e la voglia di esplorare il particolare mix di culture a confronto del precedente lavoro. Semplici i presupposti: Driss e Manuel provengono entrambi dalla comunità algerina in Francia e sono cresciuti insieme, salvo poi prendere strade opposte. Il primo è così entrato nella Narcotici, che considera “l’unico posto in cui questa faccia riesce a essere utile”. Manuel, dal canto suo è finito nel giro della piccola mala algerina dedita al traffico di stupefacenti. Appare quindi come il personaggio più integrato rispetto alla sua micro-comunità, almeno fino a quando non resta invischiato in un attentato in cui perde la vita l’amico Imrane e tutti iniziano a vederlo come il possibile mandante, perché in fondo è quello che l’ha scampata. Ma Imrane collaborava segretamente con Driss, che quindi offre a Manuel una possibile via d’uscita collaborando con la polizia: di qui il dilemma del criminale che deve scegliere tra fare il salto della barricata, oppure obbedire ai dettami più arcaici che lo spingono a non tradire i fratelli della comunità.

 

Il complesso coacervo di sentimenti è messo in scena con piglio energico e nervoso da una regia che sta addosso ai personaggi, con un uso performativo della macchina a spalla, e stringe sempre più sui volti, isolandoli in primi piani che sembrano tagliare fuori la città. Il paradosso di una comunità integrata eppure divisa, frammentata, subito pronta a far valere la legge dell’homo homini lupus, è così risolto in un efficace lavoro sui corpi attoriali. Lavoro agevolato dal fatto di avere a disposizione due interpreti come Reda Kateb (Driss) e, soprattutto, Matthias Schoenaerts, l’uno con la sua fisicità nervosa, l’altro con l’imponenza fisica unita alla perenne malinconia dello sguardo. Sono loro a determinare una geografia emotiva che riscrive passo dopo passo il ruolo stesso dei personaggi. Driss diventa così un poliziotto che vorrebbe usare a suo vantaggio il fatto di essere l’unico della sua comunità ad aver scelto la strada della legge, ma si rivela sempre più fuori posto rispetto a un mondo affettivo che non riesce a tenere insieme, intrecciando collaborazioni che gli sfuggono dalle mani. La sua si offre perciò come una perfetta figura sacrificale, pur restando il classico last man standing della situazione. Manuel, invece, è quello sottoposto alle prove più dure: da integrato passa infatti a fuggiasco e a vendicatore quando l’intreccio si svela, e dovrà passare in rassegna ogni singolo legame attraverso un coacervo di emozioni che esprimono ugualmente la destinazione verso un fine impossibile. Oelhoffen è bravo a gestire questa complessa gamma di sfumature all’interno di un meccanismo solido e codificato, generando una tensione costante e una linearità narrativa che è sempre aperta a lasciar deflagrare i dettagli. Si genera in tal modo una tensione panica mai disgiunta da una claustrofobia sempre più pressante. L’asprezza muscolare dello stile si apre pertanto a inserti lirici in grado di esaltare l’empatia con i personaggi, in modo più riuscito rispetto al già citato Far from Men. Il finale diventa così davvero un momento di liberazione da tutte le regole legate agli affetti e alle dinamiche affettivo-familistiche, ma anche il momento in cui la tragedia giunge al culmine e si perfeziona. Un lavoro mirabile tra opposti, sempre vicino agli uomini e alla complessità della vita.

 

 

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