L’atto volontario è quello che dovrebbe definire la giovane Jette, protagonista di Das freiwillige Jahr (A Voluntary Year), il film di Ulrich Köhler e Henner Winckler in Concorso a Locarno 72. I due registi sono, rispettivamente, quelli di Bungalow e In My Room, il primo, e Klassenfahrt e Lucy, il secondo: entrambi autori che stanno pienamente nella nuova generazione di registi che sta ridisegnando con forza e determinazione il cinema germanico (tedesco, austriaco…), entrambi capaci di offrire uno sguardo sulla realtà attraverso personaggi semplici ma fortemente plastici, chiari, intuitivi. La conferma viene anche da questo primo film che i due firmano a quattro mani, più per dare seguito a una situazione che li ha visti uniti nel corso degli studi e all’idea di scrivere insieme questa storia, che per un’utilità creativa specifica. L’esito però è coerente con i loro lavori precedenti, forse un po’ più vicino ai personaggi di Ulrich Köhler, un po’ tutti sradicati nel loro presente, incerti nel loro ritrovarsi appesi tra l’altrove e vaghe situazioni di solitudine psicologica pronte a deflagrare in azioni decise e imprevedibilmente lucide.

E’ un po’ quello che accade a Jette: la ragazza sta per partire per un anno di volontariato in Costa Rica, anche se a governare la scelta sembra essere stato piuttosto il padre, Urs, medico di provincia senza moglie e con l’infermiera per amante, figura tanto pragmatica quanto nebulosamente normativa. Come tutte le tardoadolescenti, Jette ha un fidanzato, che la ama e non gradisce troppo quell’anno di separazione che li attende, il che mette ancor di più la ragazza nella condizione di incertezza sul da farsi. Tutto in lei sembra dettato da decisioni prese da altri o da sentimenti che non appartengono a lei, mentre la sua vita resta appesa a una difficile previsione degli eventi che davvero vorrebbe si avverassero. Il disequilibrio di questa figura in realtà non è che l’espressione della vita che prende forma e si svolge nella sua imprevedibilità, secondo flussi di volontà e di consapevolezza che cambiano da un momento all’altro. E allora è l’imprevisto a far deflagrare la situazione: la mattina della partenza di Jette, infatti, il padre non riesce ad accompagnarla in aeroporto perché troppo preso a controllare l’esistenza del fratello, che non dà segni di vita. E Jette ne approfitta per lasciar andare l’aereo e prendere con il suo ragazzo la strada di una piccola fuga, che del resto ha come unica meta lo spazio di una libertà in cui sia lei a decidere: non il padre che la vorrebbe in Centramerica per sfuggire a quella provincia tedesca in cui lui si sente prigioniero, e tutto sommato nemmeno il suo ragazzo, che la vorrebbe per sé, madre di una famiglia numerosa…La capacità dei nuovi registi tedeschi di costruire film determinati e potenti su tracce narrative molto semplici è davvero straordinaria: Das freiwillige Jahr si svolge con una precisione affascinante, insistendo su pochi e tutto sommato semplici elementi psicologici ma sviluppando una narrazione che articola le motivazioni in profondità, lavorando sul non detto e sull’evidenza con pari attenzione. Ciò che emerge fortemente e soprattutto lo sfondo, il quadro di una provincia tedesca inglobata nella propria staticità. L’istinto di fuga verso il futuro ma anche il bisogno di rimanere per realizzare il presente sono alla base del contrasto effettivo su cui il film si costruisce. E sono la chiave di volta su cui il cinema tedesco contemporaneo sta definendo la propria narrazione della realtà sociale e umana del paese.

 

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