Volumetria della guerra, ovvero misurare in metri cubi l’istinto di sopravvivenza e l’urgenza di sopraffazione. Immaginatela come una panic room metropolitana, la casa di Insyriated in cui vive barricata la famiglia di Oum Yazan: lei, due figlie e un figlio, il vecchio padre, la serva e una coppia di giovani vicini con neonato. Tutti insieme, reclusi in un appartamento di una città sotto assedio (verosimilmente Damasco). La porta sbarrata per difendersi dall’irruzione di ladri e soldati, le finestre oscurate per paura dei cecchini, che sparano a chiunque si azzardi ad attraversare il cortile. La scena unica dell’opera seconda del regista belga Philippe Van Leeuw (già DoP per Bruno Dumont e Claire Simon) è lo spazio più intimo dell’umanità in guerra, la condizione d’assedio che dalla dimensione cittadina implode in quella domestica, sul confine tra paura per ciò che potrebbe accadere fuori e terrore per ciò che potrebbe accadere dentro. E in effetti la scelta drammaturgica del film sta tutta nell’occlusione del concetto di guerra, nell’occupazione dello spazio più personale della sfera individuale.

L’abitare come sentimento dello stare e dell’appartenere diviene la barriera scandagliata in un thriller psicologico costruito sul what if che coinvolge direttamente la coscienza dei protagonisti: non solo i cattivi, ma anche i buoni… Perché in questa casa assediata la vecchia e stanca madre di famiglia dovrà decidere sin dove può spingersi per salvare i suoi cari e quanto è disposta a sacrificare della propria dimensione morale per restare in vita. Il giovane marito della coppia ospite è stato abbattuto in cortile dal cecchino, la moglie non lo sa, bisogna decidere se dirglielo o meno e anche se rischiare la vita per andare a vedere se è già morto o solo ferito… Ma non è che l’inizio, perché al dilemma che si proietta nell’interno domestico dalla finestra si aggiunge quello che irrompe attraverso la porta di casa, che comporterà scelte ancora più dolorose, difficili, esposte al giudizio di tutti, vecchi, giovani e bambini. Van Leeuw insiste sulle geometrie dell’interiorità come fossero planimetrie di una tensione che spinge il cinema in una teatralità dinamica: la fissità della scena è resa problematica dalla scansione dei livelli di salvezza cui è possibile accedere, come in un videogame. Il confronto con altri film concentrazionari (non necessariamente in forma di thriller) rileva per Insyriated una immediatezza tematica che rende tangibile la dimensione della paura proprio nel rischio più atroce, che è quello di perdere l’umanità prima ancora della vita. Il taglio è netto, essenziale, utile alla narrazione tanto quanto all’esposizione morale. La teatralità della struttura è il limite evidente del film, il suo perimetro. Ma la strutturalità del limite è dettata dalla condizione d’assedio in cui il film si cala: disumano, troppo disumano…

 

 

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