Ritorno a Vecchiali: Paul a Mayerling – un ritratto, di Antonio Pettinelli

Il cinema per Paul Vecchiali è stata una passione infantile ed è bello tornare a lui grazie a Paul a Mayerling – Un ritratto, il documentario di Antonio Pettinelli che è stato recentemente presentato nel concorso del Premio Corso Salani al 37° Trieste Film Festival, dopo i passaggi alla 62 Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e al 31 Med Film Fest. Autore indipendente e del tutto estraneo ad ogni corrente, ad ogni regola produttiva, solitario nella sua natura artistica, vitalmente legato al suo staff di collaboratori, che diventavano amici nella pratica del cinema e che, come si sente dalle loro parole, sanno riconoscere l’umanità che Vecchiali mostra e che ha saputo riversare in quell’instancabile lavoro di produttore di idee scritte e filmate. Scrittore e saggista per il cinema, romanziere, regista di film lunghi o brevi, girati a volte in pochi giorni, un giorno soltanto per qualcuno. Inventore, autoproduttore di sé stesso, dunque, di una produzione varia che costituisce traccia costante della febbrile attribuzione di senso del suo stare al mondo nel segno di una intima libertà di pensiero e di azione. Il suo lavoro si nutriva di ciò che i tempi e la letteratura gli offrivano, fermando le emozioni di quell’istante non più replicabile, se non con il cinema per lui che lo amava e per il quale scrisse oltre mille pagine del saggio su quello francese degli anni ’30 del secolo scorso.

 

 
Pettinelli che filma un atto d’amore verso questo autore, sembra davvero consegnare il film all’anziano regista corso. Era nato ad Ajaccio nel 1930 ed è morto a Gassin, tra la Provenza e la Costa Azzurra, nel gennaio del 2023. Girato in diverse occasioni, Paul a Mayerling – Un ritratto non racconta, ma diventa ascolto costante e piacevole delle parole del regista immerso nella tranquillità della sua villa Mayerling, dallo stesso nome del titolo del film di Litvak così epifanico per Vecchiali da farlo diventare regista in quell’innamoramento infantile che ebbe per Danielle Darrieux, protagonista di quel film e che poi ebbe come attrice nel suo En haut des marches (In cima alle scale), del 1983. Cinema e vita privata si intrecciano, fino a confondersi quando la sua villa e le sue case in genere diventarono i set dei suoi film e i suoi collaboratori ospiti contigui di questa convivenza tra vita e cinema. Da qui le sue passioni e la scansione in capitoli del film, quasi a rivivere le epoche dell’amore incondizionato per quel cinema che gli apparteneva. Nel gioco di specchi tra passato e presente che Pettinelli, con il montaggio tra tempi diversi, ci propone, cogliamo la continuità del tempo e se vediamo Vecchiali più anziano che guarda sul monitor il suo sé stesso più giovane, cogliamo la condivisione del senso delle parole tra quei due registi, che diventa coerenza artistica, misura non misurabile di un’arte che nasce da lontano.

 

 
Cogliamo quel filo della memoria che lega il tempo. È così che il film diventa anche un racconto del tempo destinato a verificare l’identità indelebile dentro al fluire delle immagini inventate, vera ossessione per il regista. C’è poi il rapporto con gli attori, quasi paritario, in quella necessaria manipolazione che si caratterizza sempre nel rispetto dell’altro, in quel saldo nel rapporto d’amicizia e quasi d’amore che si crea tra tavolate serali e condivisione di quegli spazi che sono al tempo stesso vita privata e palcoscenico irreale. C’è il rapporto con lo stile, come riflessione più generale sull’arte. Nel solco di quella frase di Cocteau per cui il vero stile è non avere stile. L’arte cioè depurata dalla tecnica che diventa tecnicismo. Vecchiali, in un passaggio cruciale di questa sorta di autobiografia filmata nella quale il tempo e le suggestioni si confondono, oppone allo stile la fuggevolezza dell’attimo irripetibile, il senso profondo di una immagine che fermi il tempo in quella illusione dell’inversione temporale che solo il cinema può offrire. Sono i tratti di una poetica costante, sono le relazioni che servono ad indagare quel senso della vita che Vecchiali ha saputo riversare nei suoi film e che il regista stesso sembra da sempre mettere in scena e vivere.

 

 
Paul a Mayerling diventa un ritratto denso di conoscenze da apprendere dalla voce dell’anziano regista che si guarda commovendosi davanti ad un se stesso che ancora condivide, ma soprattutto un film che restituisce il sotterraneo rapporto d’amicizia che negli anni Pettinelli ha saputo creare con Vecchiali e quel senso di vissuto che risiede nei film, ma senza dimenticare che il regista non crea nulla, come dice lui, solo Dio crea, ma lui non credeva in Dio. Il cinema quindi svela il pre-testo, rendendo manifesto quello che c’è già. Il cinema, dice Vecchiali “non bisogna farlo, bisogna scoprirlo. Bisogna andargli incontro”. Comprendiamo così che il valore di quei film, purtroppo invisibili, possa costituire il migliore omaggio che il lavoro di un autore possa restituire al cinema, cioè farlo diventare macchina rivelatrice del presente e del passato. Per Vecchiali però il cinema, come comprendiamo dalle sue parole che non si sono modificate con il passare degli anni, è diventato anche strumento identitario, avendo riversato nelle immagini della sua filmografia di oltre settanta titoli che a vario titolo la compongono, il senso della propria esistenza, del proprio talento artistico, in quel desiderio di raccontarsi e di indagarsi, in quello spazio indefinito a volte labilissimo che si apre tra memoria e arte, tra esistenza e arte.