Wenders riscrive la Berlinale 76: Orso d’Oro a Yellow Letters di İlker Çatak

©gerhard-kassner

Bisognava arrivare alla fine di questa Berlinale 76 per avere la corretta visione di quello che abbiamo vissuto negli ultimi dieci giorni. Ci voleva il capitolo finale del festival perché questo stesso festival fosse davvero scritto, qualunque fosse la lingua – meglio il linguaggio, per dirla con Wim Wenders – che andasse adoperata. Se mai c’è stata cerimonia di premiazione che ha rivelato il vero senso dei giorni di cinema e film vissuti a un festival, ebbene quella che si è svolta al Berlinale Palast ieri sera lo è: in un notevole concentrato emotivo e politico si è giocato tutto lo spazio di azione possibile di una Berlinale che nei dieci giorni precedenti è stata in balia come non mai di questioni politiche gravi e concrete, che occupano il mondo, e lo stanno devastando, e che dunque occupano il cinema, perché il cinema non può non occuparsene.

Lo sa bene lo stesso Wim Wenders, scivolato in apertura di festival su una malintesa (prima di tutto da lui stesso, probabilmente…) protesta di libertà del cinema dalla politica: più che altro un maldestro tentativo di affermare quel primato del linguaggio del cinema sulle argomentazioni – politiche, storiche, sociali, umane – che poi inconfutabilmente esprime. Il linguaggio virulento dei social, stigmatizzato dopo qualche giorno da Tricia Tuttle sui social stessi, ha fatto il suo sporco lavoro, enfatizzando il rischio che la Berlinale in corso d’opera tradisse il suo storico mandato di essere il festival politico per eccellenza, quello dove per destino storico le argomentazioni politiche del cinema hanno trovato in questo millennio la loro casa. In realtà, la Berlinale 76 tutti i problemi poteva avere, fuorché quello di una selezione che non stesse nel presente politico di questo momento, impegnata sul versante giusto della Storia. E i premi che hanno animato la cerimonia di chiusura di ieri ne sono la testimonianza: messi lì dalla giuria di Wim Wenders a parlare chiaramente il linguaggio del cinema e della storia, lasciando a tutti gli autori lo spazio per stare in piedi davanti al mondo e parlare delle tragedie, dei genocidi, della violenza in corso a Gaza come in Libia, a Teheran…

La Giuria della Berlinale 76 (© Dirk Michael )
In apertura: İlker Çatak ritira l’Oso d’Oro (© Richard Hübner )

E allora, come nel finale di Lo stato delle cose, in cui il protagonista punta la sua cinepresa contro chi sta sparando e usa il linguaggio del cinema per opporsi alla violenza, Wim Wenders ha scritto un finale per la Berlinale 76 che è una sorta di twist da fermo. O meglio un controcampo inatteso che ci ha permesso di vedere le cose – i film di questo festival – in maniera differente: chi sospettava che il tramonto del tardo bluesman raccontato da Tizza Covi e Rainer Frimmel (The Loleniest Man in Town) si offrisse al regista tedesco come soluzione familiare e di compromesso, si sbagliava di grosso: Wenders e la sua giuria si sono giocati i tre premi principali su una terna di opere che considerano dichiaratamente tutte allo stesso livello, ripartendo i premi nella maniera che è sembrata loro più giusta. E allora l’Orso d’Oro è andato a Yellow Letters (Gelbe Briefe) di İlker Çatak, perché illustra il grave rischio che corre la libertà di pensiero e di espressione di ognuno di noi in qualunque paese del mondo; l’Orso d’Argento Grand Jury Prize è stato assegnato a Salvation (Kurtuluş) di Emin Alper, che parla di odio religioso tra popoli della stessa terra; mentre l’Orso d’Argento Jury Prize lo ha vinto Queen at Sea di Lance Hammer, in cui la libera determinazione dell’individuo è una sfida che riguarda la coscienza di sé, nel caso specifico applicata alla senescenza di una donna.

Yellow Letters di İlker Çatak (© Ella Knorz_ifProductions_Alamode Film)

Un altro film su cui erano puntate le previsioni della vigilia, Rose di Markus Schleinzer, ha visto premiata Sandra Hüller per l’interpretazione di una donna che nella Germania del XVII Secolo veste abiti maschili per scrivere la propria storia nel mondo degli uomini. L’Orso d’Argento per la Regia ha premiato Grant Gee, autore di Everybody Digs Bill Evans, biopic di bella intensità dedicato al jazzista, alla sua dipendenza dall’eroina e al suo rapporto con la musica, le donne e soprattutto i genitori. Ad Anna Calder-Marshall e Tom Courtenay è andato l’Orso per gli attori non protagonisti, interpreti della coppia di anziani sposi di Queen at Sea di Lance Hammer, mentre l’Argento per la migliore sceneggiatura è stato assegnato a Geneviève Dulude-de Celles per il suo film Nina Roza, tra le opere miglior della competizione.

Emin Alper (© Richard Hübner )

L’Orso per il contributo artistico infine è andato a Anna Fitch e Banker White autori del documentario Yo (Love is a Rebellious Bird), ritratto di una anziana donna elaborato nel corso di anni di frequentazione e facendo ricorso a una performance espressiva articolata tra interviste, animazioni, ricostruzioni in scala e una sostanziale vicinanza umana.

Abdallah Alkhatib (© Richard Hübner)

Di segno politico e storico chiaro e forte, poi, il premio per il Miglior Film della sezione Perspective, riservata alle opere prime, andato al film palestinese Chronicles From the Siege di Abdallah Alkhatib, che è salito sul palco del Berlinale Palast indossando la kefiah e mostrando la bandiera palestinese, per leggere un discorso di ringraziamento che è stato anche e soprattutto un grido contro il genocidio del popolo palestinese e un atto d’accusa contro i governi che non hanno preso una posizione chiara contro Israele, primo fra tutti quello della Germania.

Questo in definitiva l’esito di una cerimonia di premiazione che ha sostanzialmente riscritto in positivo la storia di una Berlinale numero 76 che ha davvero faticato a trovare la sua via. È un dato di fatto che il festival attraversa purtroppo una crisi strutturale – organizzativa e artistica – molto grave, sta perdendo il posizionamento sulla scena internazionale conquistato negli ultimi vent’anni e ha bisogno di ridefinire la linea delle proprie scelte. Il livello della selezione di questa edizione non è stato eccellente e la stessa collocazione dei film tra le varie sezioni è apparsa discutibile. I problemi logistici legati a Potsdamer Platz, cuore ormai asfittico della Berlinale, sono sempre più gravi con il risultato che, stando a Berlino, si fatica a vedere il festival: i suoi film, il suo movimento, la sua vita e la sua vitalità. Urgono provvedimenti.