Robin Hood – Il prezzo del sangue: Michael Sarnoski e Hugh Jackman e la menzogna del mito

Chi già aveva visto Pig (2021), opera prima del giovane Michael Sarnoski, probabilmente non si troverà impreparato dinanzi a questo Robin Hood – Il prezzo del sangue: non tanto per l’atmosfera cupa e terminale che pervade tutto il film (il titolo originale, The Death of Robin Hood, è emblematico nella sua brutale semplicità), quanto per l’improvviso cambio di registro che fa seguito a un primo atto effettivamente concitato e cruento, e che di certo spiazzerà chi forse pretendeva un action in salsa medievale sulle ultime gesta della celebre leggenda popolare inglese. Al terzo film, quindi, disattendere le aspettative del pubblico sembra già la cifra stilistica predominante di Sarnoski. Il cui intento stavolta è comunque cristallino: non gli interessa l’ennesima riproposizione dell’eroe senza macchia e senza paura che ruba ai ricchi per dare ai poveri, ma piuttosto smontare metodicamente quell’aura mitica che tutti conosciamo per mettere in scena un personaggio vecchio e stanco, assassino e manigoldo, costretto a guardarsi continuamente le spalle per non incappare in una qualche vendetta legata ai tanti, troppi morti che durante la sua vita ha lasciato dietro di sé.

 

 
Un Robin Hood che allora non ha (più) nulla di romantico, lontanissimo da qualsiasi Errol Flynn, Sean Connery o Kevin Costner che possa venire in mente allo spettatore a prescindere dalla propria età, latitudine o formazione culturale: del resto, chi avrebbe mai avvertito la necessità di un fuorilegge di Sherwood nuovo ma al tempo stesso uguale alle decine di altri che lo hanno preceduto? Perfetto per un’epoca come la nostra, nella quale approcciarsi alla Leggenda significa in primo luogo distruggerla dalle fondamenta, il Robin Hood di Sarnoski e Jackman sembra davvero l’unico possibile, quasi una prosecuzione del lavoro già fatto dall’attore australiano sulla figura di Wolverine con Logan di James Mangold (2017). Robin Hood – Il prezzo del sangue comincia nelle tenebre e nella violenza, con un protagonista che uccide senza pietà donne e bambini per puro istinto di sopravvivenza: la sua eredità è un fardello, il suo Mito è una menzogna; e lo ha capito bene anche Little John (Bill Skarsgård), l’amico di una vita, che ha cambiato identità semplicemente appropriandosi del nome di una delle sue vittime.

 

 
Quello che preme maggiormente a Sarnoski però avviene più avanti, quando il clangore delle armi lascia spazio alla riflessione e alla contemplazione e il cambio di registro viene sottolineato – piuttosto furbescamente, in verità – anche da un cambio di formato dell’immagine, che da scope diventa flat. L’azione si dirada e il confronto tra i personaggi passa da una dimensione fisica a una puramente dialettica: una volta posato arco e frecce, la fine di un mondo sarà misurata unicamente attraverso la parola. E questa probabilmente è la più grande intuizione di Sarnoski, che però al tempo stesso rischia di diventare anche il limite principale del suo film: perché una volta compreso il suo intento (che è, appunto, quello di riscrivere per demolire) termina di fatto anche qualsiasi possibile rapporto di complicità con lo spettatore, ridotto a testimone passivo di un concetto reiterato didascalicamente attraverso dialoghi incessanti che spiegano tante, troppe cose sul film e il suo significato. E che si sobbarcano da soli il peso di tutto quello che il regista non riesce a trasmettere con immagini talmente perfette e pulite (sciagurato marchio di fabbrica della A24), in cui persino la color palette della natura selvaggia ricalca quella di dieci, cento altri titoli tutti visivamente uguali tra loro. Restano alcuni frammenti capaci di imprimersi nella memoria, dalla figura del lebbroso morente (quasi una sorta di Caronte pronto a traghettare il protagonista verso il suo destino) ad alcune suggestive intuizioni folk (chi si ricorda il bel Robin di Sherwood televisivo degli anni Ottanta?). E resta il coraggio, quello sì, di remare contro le convenzioni del racconto più tradizionale: ma annunciare in pompa magna la nascita di un nuovo Autore è chiaramente prematuro.