Il delitto e il castigo, come l’innocenza e il perdono, sono delle variabili che appartengono alla coscienza di chi perpetra tanto quanto di chi subisce. In mezzo ci sono i sentimenti, le relazioni, l’orgoglio che pertiene le funzioni sociali, ma anche l’accondiscendenza che può muoversi strisciante nelle relazioni familiari. Sono vittime collaterali di un processo dal quale non si può uscire intatti, tracce di un percorso che tocca comunque chi lo intraprende. È in questa sfera tematica che si muove You Don’t Belong Here (Nu e locul tau aici), il film del rumeno Florin Şerban che ha vinto il Pardo d’Oro a Locarno79. Si tratta di un dramma morale di dimensioni familiari e caratura psicologica, scritto addosso a un uomo che ha scelto una vita di profilo basso nonostante le qualità gli configurassero una esistenza più gloriosa: Marius è un medico di mezza età, dirige l’ospedale della cittadina in cui è cresciuto, anche se avrebbe avuto le doti per fare carriera a Bucarest.

All’ambizione ha preferito la famiglia, soprattutto dopo che la morte della moglie gli ha lasciato il compito di crescere il figlio Ioan, un ragazzone introverso e non troppo sveglio. Una amante discreta sorregge la sua solitudine e la sua dignità di uomo, così come il ruolo di prestigio che ricopre con rigore e senso umano in ospedale nutre la sua autostima. La sua storia è destinata a legarsi a quella di un gitano che una sera giunge cadavere in ospedale, picchiato a morte da una banda di fascisti: la polizia dispone un’autopsia che i familiari dello zingaro assolutamente non vogliono, lui cerca di mediare tra il rigore della legge e l’intransigenza violenta dei familiari, ma il destino ha scritto per lui un intreccio che non gli lascia possibilità di fuga e. Perché mentre cerca di gestire questa situazione, la polizia bussa a casa sua per indagare sul figlio, che potrebbe essere coinvolto nella morte dell’uomo.

Posto al centro esatto di questo intreccio di responsabilità attive e passive, Marius diventa nel film una sorta di corpo drammatico perfetto: Florin Şerban lo affronta con l’afflato letterario pieno di un cinema che sta più dalle parti di Nuri Bilge Ceylan che da quelle di un Cristian Mungiu, per intenderci. Un cinema che cerca più una profondità psicologica drammaturgica, che non un confronto diretto con la flagranza del dramma umano che scandaglia. You Don’t Belong Here è un film che osserva con un tacito rigore espressivo il fatale processo di dissoluzione della dignità di un uomo che, nel suo essere costretto ad assumersi delle responsabilità, finisce per tradirle tutte senza sapere nemmeno come. La passività forzosa di Marius è la traccia principale del suo dramma umano, così come la sua sottomissione a un ruolo che lo vede responsabile delle vite altrui, lo porta fatalmente a essere anche consapevole della loro morte.

Şerban scrive il film con gesti semplici, lo costruisce dinamicamente rispetto alla progressiva scoperta della verità legata all’incauto destino di quel figlio fragile che pure l’uomo ha cresciuto con tanta attenzione. La colpevolezza di Ioan è in realtà la colpevolezza di una intera umanità edificata politicamente sull’infelicità dei deboli: la disperazione finale di questo padre (sin troppo urlata e detta nel poco convincente finale del film) è l’espressione piena e totale di una resa incondizionata a una sconfitta esistenziale che non gli lascia scampo. Ma c’è da credere che, nelle intenzioni di Florin Şerban, quel momento sia anche chiamato a rappresentare un po’ didascalicamente il pianto rabbioso di una umanità che sta crescendo figli destinati a essere risucchiati, per ignavia e circostanze fatali, nel vortice di violenza e di odio nutrito dai fascismi, perpetrato con stolida innocenza di spirito.


