I mille volti dell’universo narrativo di James Gunn: Clayface di James Watkins, tra supereroi e body horror

Matt Hagen (Tom Rhys Harries), attore noto per il suo bellissimo viso, si è costruito una carriera dal niente, riscattando la sua origine dai bassifondi di Gotham City. Il successo tuttavia lo colma di una hubris che lo porta a compiere il gesto sconsiderato di finire a letto con Mia Torrez, aspirante attrice legata sentimentalmente a Markos Szabo, pericolosissimo boss della malavita di Gotham. Il criminale non prende bene il tradimento e sfoga la sua rabbia su Matt sfigurandolo irrimediabilmente con un coltello a serramanico. A nulla valgono i tentativi di rivalsa per vie legali e nemmeno la chirurgia estetica riesce a restituire all’attore un minimo di giustizia. Un barlume di speranza arriva da Caytlin Corr, scienziata bisognosa di fondi per sperimentare una terapia a base di nanocellule controllate da un’IA in grado di riparare il corpo umano rimediando a problemi fisici troppo complessi da risolvere in altro modo. Qualcosa tuttavia va storto e Matt si ritrova trasformato in un mostruoso strumento di vendetta. Uscito in concomitanza con la conferma da parte di James Gunn circa l’appartenenza del suo film The Suicide Squad al canone dall’universo cinematografico da lui coordinato, Clayface di James Watkins è quasi provvidenziale nel proprio contributo alla costruzione di un mondo narrativo estremamente variegato e versatile.

 

 
Se in altre pellicole il mosaico di James Gunn presenta storie d’azione ricche di ironia, fantascienza eroica e solare e giallo con venature sci-fi, con il lavoro di Watkins si arricchisce di una sfumatura body horror evolutasi da una storia di vendetta. La trama è piuttosto lineare e costruita su trope consolidati come la caccia del protagonista che va a prendere una a una le persone che hanno contribuito alla sua caduta o l’amore tragico fra il mostro e l’unica donna in grado di salvarlo ma riluttante a farlo, mentre dal punto di vista visivo Clayface ricorda per certi versi Society di Yuzna sotto steroidi, con un mostro in the making convincente che perde gradualmente la propria umanità assecondando il ritmo in crescendo del film. Quel che vediamo non è immediatamente il colosso mutaforma che dà del filo da torcere a Batman nei fumetti, ma un corpo che perde la propria forma disfacendosi per poi riformarsi attraverso una serie di mutazioni via via meno incerte, guidate dai sentimenti del protagonista siano essi il bisogno d’amore o la sete di vendetta. Clayface è l’origin story funzionale e convincente di un villain carismatico a modo suo, in grado di tenere la scena sia dal punto di vista della presenza scenica sia dal punto di vista dell’azione che si vede in poche scene ma lascia lo spettatore con la voglia di vederne di più nei prossimi film dell’universo cinematografico DC, i cui eroi si ritroveranno un nemico già ben formato e caratterizzato che registi e sceneggiatori potranno impiegare già a regime sfruttandone la familiarità per agganciare gli spettatori senza perdere tempo a rinarrarne la genesi. Se come film stand alone Clayface intrattiene, come parte delle fondamenta di un universo narrativo più ampio può dare ancora di più.