Quando mi hanno chiesto di compilare una sorta di classifica dei dieci migliori dischi del 2025 ho provato vergogna. Sì, vergogna. Perché non è il mio mestiere, perché sono un dilettante – anche se ascolto musica dalla mattina alla sera – perché non ho la fortuna di un aggiornamento costante che invece ho sul mondo del cinema, la mia “cup of tea”. Ma invece, pensandoci bene, non aspettavo altro. Un gioco, nient’altro che un gioco in cui sbattere dentro fisse e passioni, adesioni esagerate e gusti discutibili. E allora via, giochiamo con la musica di quest’anno, sapendo – più che rischiando – di sbagliare. Prima di arrivare ai miei dieci dischi del cuore, è il caso di parlare di chi non c’è. Ho cercato di affrancarmi dalla nostalgia fine a sé stessa: quest’anno è stato, tra gli altri, l’anno del ritorno di Stereolab (Instant Hologrom on Metal Films), di Pulp (More), di Melvins (Thunderball). E anche, scavando meno, di Deftones (Private Music), di Swans (Birthing), di The Men (Buyer Beware). Facciamola breve, nessuno di questi dischi mi ha deluso, ma nessuno mi ha entusiasmato. Meglio lasciarli al loro destino, tra celebrazioni fuori tempo e stroncature fuori moda. Tacciamo del ritorno di altre salme, che si giudicano da sole. Ma, della mia lista di dieci, tendo a preoccuparmi principalmente degli assenti, e quindi quali sono? Nella top 10 non c’è Hurry Up Tomorrow di The Weeknd, solido come sempre, ma anche ripetitivo, quasi narcotico; non c’è A Study of Losses di Beirut, copia (e mica male) di tutto quel che ha già fatto; non c’è il pop raffinato di Panda Bear (Sinister Grift), attento alla qualità ma implacabilmente debole; non c’è il post-rock di Geese (Getting Killed) né il folk alternativo – peccato! – di Lael Neal (Altogether Stranger); non ci sono le novità sonore di Aya (il celebratissimo Hexed!, bello ma non bellissimo) o di Saya Gray (SAYA, più interessante che compiuto).

E non ci sono gli italiani che potevano farcela ma non ce l’hanno fatta: Andrea Laszlo De Simone – Una lunghissima ombra è la dimostrazione di un ego che merita rispetto ma chiede troppa devozione – o Nada, che, al contrario, con Nitrito mostra la testardaggine verso una direzione ostinata e contraria rispetto al corso “principale” della nostra musica popolare. Ne avevo promessi dieci, ma devo segnalarne altri cinque fuori classifica e fuori “gioco”. Quelli che… ci mancava un attimo, o forse un ascolto più attento. Quelli che non so se sia colpa mia e che quindi rientrano, necessariamente, nel vortice di un gioco. C’è il post-rock (post-rock? forse no) di caroline 2 (recuperate di caroline anche il primo disco); ci sono il mio adorato Bon Iver – SABLE, fABLE è un disco bellissimo – e c’è Blood Orange – Essex Honey, che forse è poco sorprendente, per quanto riuscito – e c’è Perfume Genius, che paga in Glory le vette non raggiunte dei dischi precedenti. E c’è l’adorabile Sharon Van Etten, che in Sharon Van Etten & the Attachment Theory si ripete fin troppo, anche se con classe, fino ad essere una magnifica copia di sé stessa. Insomma, le preoccupazioni erano per chi sarebbe rimasto fuori più che per chi sarebbe rimasto dentro…
Ma respiro a fondo e ammetto con coraggio le scelte fatte. Iniziamo:

10) Throwing Muses – Moonlight Concessions
E qui vale il pregiudizio. Positivo. Qualsiasi cosa faccia Kristin Hersh a me piace. E mi piace anche questo disco, paradossalmente vintage, orgogliosamente non originale, vagamente prevedibile. Ma tutto suona come deve suonare. Le canzoni sono giuste, le melodie già sentite ma nonostante questo credibili. Lo sento e lo risento. E tanto basta.

9) Sun Kil Moon – All the Artists
Bastano pochi istanti per capire se l’ultimo disco di Mark Kozelek e del suo progetto musicale possono piacervi: note riconoscibili, armonie forse abusate, un certo languore pronto a scarti improvvisi. Non sarà sempre sorprendente, ma – maledizione! – costruitemi voi un disco melodicamente così riuscito, tra Damien Rice e San Francisco.

8) Anna B Savage – You & I Are Earth
Una voce da contralto, quasi baritonale, ostica a un primo ascolto. L’inglese Anna B Savage intesse un folk originale fuori da ogni schema precostituito. Londinese, ma dublinese di adozione, mescola con naturalezza una natura pop britannica con una sincera anima irlandese. Un disco apparentemente semplice ma pieno di sorprendenti sfumature.

7) Lucrecia Dalt – A Danger to Ourselves
Prodotto da David Sylvian – mica cazzi! – il disco della colombiana Lucrecia Dalt spazia, con melodie catchy, tra un pop internazionale, virato allo sperimentale, e un ballabile drogato. Il risultato è irresistibile: si balla sghembi, si canticchia fuori “tune”, ci si appassiona a una musica senza nazionalità o colore. Imperscrutabile ma bello, low-fi e sperimentale.

6) Rosalia – LUX
LUX, innanzi tutto, è una preghiera. Una pop star internazionale che sceglie la strada impervia di un arrangiamento ostico – archi, cori, liturgie – è comunque una notizia bizzarra. E non ci si annoia mai, ascoltando il disco. Rosalia scarta, vibra e sorprende con classe. Maturità e voglia di rischiare: non me lo sarei mai aspettato. Chapeau, davvero.

5) i cani – Post Mortem
Niccolò Contessa torna dopo nove anni e – al quarto disco – costruisce un percorso nuovo, diverso e coerente, che sposa e ribalta tutto quel che ha fatto prima, mettendolo sotto scacco. Post Mortem è il funerale dell’indie italiano. È inutile che i suoi vari emuli ci provino ancora. La linea è tracciata, la lava invade, il genere è codificato nel post-eruzione.

4) SANAM – Sametou Sawtan
E qui devo dire grazie a Filippo Mazzarella, che mi ha segnalato gran parte dei dischi di quest’anno, dentro e fuori dalla classifica. A molti di questi ci sarei potuto arrivare, a questo sicuramente no. Un ensemble indiano che è una sorta di Bollywood-progressive band. Difficile da definire, molto più facile lasciarsi trascinare. Una vera bomba.

3) FKA twigs – Eusexua
Il pop del futuro, in cui ogni beat ripropone il ritmo del battito cardiaco – almeno il mio – senza mai suonare falso, anzi. Musica da ballare? Non lo so. Musica da pensare? Non credo. Ma ha la fluidità e la naturalezza di un dub adattato al millennio trucido che siamo costretti a vivere. In fondo è – nel bene e nel male – il suono che ci meritiamo.

2) Carmen Consoli – Amuri luci
Dopo due dischi in studio traballanti, Carmen Consoli mette in pratica il suo studio personale su Rosa Balistreri e sulla musica tradizionale della sua terra. Ne viene fuori un progetto di folk rivisitato – world music, si sarebbe detto tempo fa – francamente strepitoso. Un’opera italiana suonata, arrangiata e prodotta a questi livelli sembra un sogno.

1) Big Thief – Double Infinity
O mio Dio: un “disco”. Pensato come disco, registrato come disco, suonato come disco. In periodi di musica liquida, Double Infinity sembra atterrare da un’epoca diversa. Ha le caratteristiche “normali” – canzoni, equilibrio, tensione musicale – ma, come tutto quello che tocca Adrianne Lenker, normale non è. A suo modo sublime, e pure al mio.
That’s All Folks! Buon Anno!


