Rosemary Sullivan – foto di Michael Rafelson

La scrittrice e poetessa canadese Rosemary Sullivan, nota soprattutto per la sua recente biografia sulla figlia di Stalin, si trasforma in cronista dell’orrore per restituirci un’impervia, lacerante, indagine. Che prende il via con il lavoro di un gruppo di investigatori guidati dall’ex agente dell’FBI Vincent Pankoke. Il team ha vagliato un’enorme quantità di documenti, alcuni mai esaminati prima, e intervistato i discendenti di molte persone che conoscevano i Frank. La Squadra Casi Irrisolti ha ricostruito i mesi che hanno portato all’arresto degli inquilini della casa segreta. Nonostante il gran numero di saggi, articoli, opere teatrali e romanzi che sono stati scritti su Anne e la sua storia, nessuno è mai riuscito a spiegare come otto persone siano potute vivere nascoste per tutto quel tempo senza essere scoperte, né chi o che cosa abbia portato la polizia al loro nascondiglio. Dopo sei anni di lavoro l’ipotesi avanzata è che forse fu il notaio ebreo Arnold van den Bergh a rivelare il rifugio della famiglia Frank,  causandone la deportazione in un campo di concentramento. Quel 4 agosto 1944 i nazisti scoprirono Anne e altri sette ebrei. Arnold van den Bergh probabilmente agì per salvare la propria famiglia. Anne morì nel campo di Bergen Belsen a 15 anni. Soltanto Otto Frank, padre di Anne, fece ritorno a casa: fu lui stesso a decidere di dare alle stampe e curare il diario tenuto dalla figlia. Uscito nel 1947 il diario ha avuto oltre 30 milioni di lettori in tutto il mondo. Perfetto e terribile viaggio in un modello generale di persecuzione, il lavoro di Rosemary Sullivan (HarperCollins 447 pagine,  euro 19.50, traduzione di Daniela Liucci) fa trasparire anche la potenza antropologica dei materiali, in una gamma che va dall’eroismo alla viltà, in sintesi le ali estreme della convivenza nella società di massa. E si naviga nell’osceno quando si legge che una volta rintracciato nel 1963 da un giornalista investigativo,  l’ufficiale Silberbauer sostanzialmente si lamenta di avere catturato Anne Frank, di essere una vittima:”…Silberbauer sapeva benissimo che quell’Anne Frank che aveva arrestato il 4 agosto 1944 era morta di fame e tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Era come se la cosa importante non fosse la bambina morta – lei è una casualità, non è reale, la sua sofferenza e insignificante – ma il fatto che lui fosse la vittima. Com’e strano che il bullo, una volta smascherato, sia sempre stracolmo di autocommiserazione”.

 

L’ingresso del nascondiglio della famiglia Frank

 

Per gentile concessione di HarperCollins proponiamo un estratto da Chi ha tradito Anne Frank – Indagine su un caso mai risolto di Rosemary Sullivan

 

Il 4 agosto 1944, Karl Josef Silberbauer, ufficiale trentatreenne delle ss e sergente del Sicherheitsdienst (sd), Referat IV B4 – il reparto comunemente noto come Unità di caccia all’ebreo – era alla scrivania nel suo ufficio di Euterpestraat, ad Amsterdam, quando squillò il telefono. Stava per uscire e andare a mangiare un boccone ma rispose comunque, cosa di cui in seguito si sarebbe pentito. Il suo superiore, il tenente Julius Dettmann, gli diceva di avere appena ricevuto una telefonata in cui si sosteneva che ci fossero degli ebrei nascosti in un complesso di magazzini al 263 di Prinsengracht, nel centro di Amsterdam. Dettmann non disse a Silberbauer chi lo avesse chiamato, ma doveva chiaramente trattarsi di qualcuno di affidabile e ben noto ai servizi di spionaggio delle ss. C’erano stati troppi casi di soffiate anonime rivelatesi inutili o superate: nel momento in cui arrivava l’unità di caccia all’ebreo, gli ebrei erano gia spariti. Che Dettmann fosse passato all’azione subito dopo la telefonata voleva dire che si fidava della fonte ed era certo che valesse la pena fare indagini sulla segnalazione. Dettmann telefonò al detective olandese, il sergente Abraham Kaper, dell’Ufficio per gli affari ebraici, e gli ordinò di mandare alcuni dei suoi uomini all’indirizzo di Prinsengracht insieme a Silberbauer. Kaper coinvolse nella caccia due poliziotti olandesi, Gezinus Gringhuis e Willem Grootendorst, dell’unita IV B4, e fu aggiunto un terzo uomo. Le descrizioni di quanto accadde prima e dopo l’arrivo di Silberbauer e dei suoi scagnozzi al 263 di Prinsengracht sono diverse tra loro. L’unica, assoluta certezza e che vi trovarono nascoste otto persone: Otto Frank, sua moglie Edith e le due figlie, Anne e Margot; Hermann van Pels, collega e amico di Frank, la moglie Auguste e il figlio Peter, e il dentista Fritz Pfeffer. Per indicare il nascondersi, gli olandesi usavano il termine onderduiken (sommergersi). Quelle persone erano sommerse da due anni e trenta giorni. Venire incarcerati, anche ingiustamente, è una cosa, ma vivere nascosti e tutta un’altra storia. Come fu possibile sopportare venticinque mesi di reclusione totale, non essere in grado di guardare fuori da una finestra per paura di essere visti, non fare mai una passeggiata in strada o respirare aria fresca, dover rimanere in silenzio per ore e ore perche gli impiegati del magazzino non li sentissero? La paura doveva essere ai massimi livelli per mantenere quel tipo di disciplina. Gran parte della gente sarebbe impazzita. Cosa facevano in quelle lunghe ore di ogni giornata lavorativa, tra occasionali parole sussurrate e spostamenti in punta di piedi, mentre gli impiegati si muovevano al piano di sotto? Studiavano, scrivevano. Otto Frank leggeva libri di storia e romanzi: i suoi preferiti erano quelli di Charles Dickens. I ragazzi studiavano inglese, francese, matematica. Sia Anne sia Margot tenevano un diario. Si preparavano per la vita dopo la guerra. Credevano ancora nella civiltà e nel futuro, il tutto mentre all’esterno i nazisti con i loro complici e informatori davano loro la caccia.

 

 

 

 

 

 

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