La storia di Moon Knight inizia con il suo protagonista a terra, ferito a morte dopo esser stato colpito a tradimento. Il soldato di ventura Marc Spector, tuttavia, ha avuto la dubbia fortuna di cadere al cospetto della statua che ritrae Khonshu, la divinità egizia che protegge coloro che viaggiano di notte. Al fine di perseguire i propri scopi nel nostro mondo, il dio sceglie proprio il mercenario in punto di morte e ne fa il suo avatar. Vestito dei paramenti sacri di Khonshu, Marc Spector diventa Moon Knight, un giustiziere dai metodi come minimo sbrigativi e dalla psiche instabile, che condivide con le sue molteplici personalità: il miliardario Steven Grant e il taxista Jake Lockley, oltre che con Moon Knight stesso. Temuto dai criminali e guardato con sospetto dagli altri supereroi dell’universo Marvel, il pugno di Khonshu è destinato a una vita di combattimenti senza quartiere dentro e fuori dalla sua mente. La chiave di lettura che vede in Moon Knight una semplice imitazione Marvel del più famoso Batman, proprietà della concorrente DC Comics, poteva forse aver senso alla sua comparsa, nel numero 32 di Werewolf by Night del 1972, anche se fin da subito la differenza con l’uomo pipistrello si percepiva in un personaggio che metteva ben più in evidenza le proprie caratteristiche sinistre e crepuscolari mentre per Batman l’editore ha preferito un approccio più istituzionale e family friendly.

 

 

Con il tempo le differenze si sono acuite lasciando spazio per pochi, superficiali punti di contatto: il costume, vagamente somigliante nell’estetica nonostante quello di Moon Knight sia bianco, l’uso dei gadget e l’alter ego molto ricco. Per il resto, laddove Batman è un’autorità presso la comunità supereroistica Moon Knight è quasi un paria, giudicato a ragion veduta inquietante e pericoloso dai suoi colleghi che lo vedono più simile al Punitore che a loro stessi. La caratterizzazione di Moon Knight come personaggio instabile, con seri problemi di salute mentale ha preso piede, fino a diventare il leitmotiv delle collane che lo vedono protagonista, con la serie datata 2006 scritta dal romanziere Charlie Huston (pressoché sconosciuto in Italia) e disegnata dalla superstar David Finch. In questa run fondamentale per il personaggio vengono sollevate alcune domande sulla cui risposta altri autori costruiranno la fortuna editoriale di Moon Knight. Punto primo: Marc Spector soffre di disturbo dissociativo dell’identità. Le personalità di Steven Grant, Jake Lockley e Moon Knight sono a tutti gli effetti personalità multiple. Punto secondo: di conseguenza, tutta la storia dell’avatari di Khonshu potrebbe essere un delirio che esiste solo nella mente di Marc Spector, che riesce a renderlo concreto grazie alle proprie abilità di combattente. Punto terzo: essendo di fatto una persona normale, Marc subisce le conseguenze fisiche e talvolta invalidanti dei suoi scontri con i criminali. Questi sono gli elementi di una serie intensa, dura e febbrile, che ci presenta il travaglio interiore di un uomo che vive il dramma di aver costruito la propria vita su una colossale illusione.

 

 

Il tema della sanità mentale viene portato avanti datata 2010, sceneggiata da uno dei grandi architetti dei comics contemporanei: Brian Michael Bendis, coadiuvato alle matite da Alex Maleev. Il team, reduce da una run di grande successo e di alta qualità su Daredevil, entra nel merito della questione personalità multiple e stabilisce che esse sono una componente fondamentale del personaggio di Moon Knight validando l’interpretazione del puro problema psichiatrico nel momento in cui il pugno di Khonshu combatte insieme a un a squadra di vendicatori, composta da Wolverine, Capitan America e Spiderman, che esiste soltanto nella sua testa, e di cui è convinto al punto da costruirsi un set di gadget che ne replica i poteri. Quando l’interpretazione clinica del disturbo di Moon Knight, Warren Ellis spiazza con un plot twist che dà una risposta brillante nella sua sintesi che prende i due corni del dilemma, Marc Spector avatar di un dio egizio oppure semplicemente folle, e li fonde in un’unica chiave di lettura. Sì, Moon Knight è folle. Sì, ha quattro personalità. Sì, è l’avatar di Khonshu, che per sua stessa natura deve avere quattro personalità, come i quattro volti del dio. Nella sua miniserie datata 2014 e continuata da Jeff Lemire con la sua run del 2016, Ellis accompagna Moon Knight attraverso una guerra con Khonshu e con la sua psiche che lo porterà a trovare la sua dimensione attuale risolvendo e stabilizzando, più o meno, la sua condizione, e introducendo un secondo costume, che completa quello classico à la Batman, destinato a diventare parte della lore del personaggio: un vestito elegante candido con tanto di panciotto e maschera stile passamontagna con il simbolo della luna crescente sulla fronte. Attualmente, sotto la gestione di Jed Mackay, Moon Knight ha aperto una missione con vetrina fronte strada e staff composto da vampiri e continua nella sua missione di protezione dei viaggiatori notturni.

 

 

Il successo del Moon Knight fumettistico ha portato all’adattamento in forma di serie TV da parte di Marvel Studios che optano per l’appiattimento del personaggio sulla linea del comedy a tutti i costi con risultati purtroppo scarsi. L’umorismo tipico dell’universo cinematografico Marvel non funziona, cozza con le atmosfere inquietanti e febbrili della versione a fumetti di un Moon Knight che, nonostante l’interpretazione niente male di Oscar Isaac, altro volto indovinato da chi si occupa dei casting per l’MCU, viene affossato da una serie che lo trasforma in un power ranger stupidotto vittima di una CGI inguardabile e di una vicenda completamente fuori fuoco con punte di trash che sfiorano i livelli del Gods of Egypt di Alex Proyas. Ed è un peccato perché la strada maestra era già tracciata e in bella vista: la serie di Daredevil, che in tutto e per tutto sarebbe potuta essere un modello perfetto a cui ispirarsi per ricreare sullo schermo tutto ciò che rende Moon Knight un grande personaggio a fumetti.

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