Violenza sepolta nel tempo: Il libro dell’altrove di Keanu Reeves e China Miéville, un nuovo tassello nell’universo di BRZRKR

Si chiama Unute, qualcuno lo conosce come B., lui vive da millenni, da un tempo tanto remoto che ha visto civiltà nascere, cadere e scomparire dalla memoria stessa. Non può morire? Certo che può, e l’ha fatto tante volte, ma tutte le volte lui rinasce da un uovo, e quando vive combatte, sempre e comunque. Soldato, sovrano, furia omicida avvolta da una luce blu che lo trasforma in una macchina di morte inarrestabile. A inseguirlo attraverso il tempo una creatura con le sue stesse caratteristiche o, forse, con la stessa maledizione. Un babirussa, un cinghiale furioso che gli dà la caccia e proprio come B. ritorna da un uovo che si schiude alla fine di ogni morte. Quel che per Unute è diventato un ciclo, tuttavia, viene turbato da un evento, un inceppamento negli ingranaggi dell’entropia che lo porta a scavare attraverso i secoli, i traumi e la violenza che costituiscono la sua vita. Un viaggio a ritroso, quello di Unute, che racconta innumerevoli storie di sangue. Il libro dell’altrove (Minimum Fax, pag.421, euro 19) di Keanu Reeves e China Miéville, è un’estensione di un progetto dello stesso Reeves, diventato a questo punto transmediale, che inizia con BRZRKR, il fumetto realizzato in tandem con Matt Kindt. Il primo fatto interessante è proprio che l’attore si sia appoggiato, per sviluppare al meglio la propria idea, a due autori magari non eccessivamente mainstream, per quanto non certo marginali, ma capaci di sperimentare con la letteratura di genere dando vita a prodotti pop con una profondità non comune. Il libro dell’altrove in particolare è una riflessione profonda, e particolarmente autoriale, sul tempo come entità stratificata entro la quale ciò che è passato lascia una traccia anche dopo che l’ultima documentazione degli avvenimenti è da lungo tempo dimenticata.

 

 
I fatti generano le narrazioni, le narrazioni generano la cultura, la cultura si perpetua nei millenni mutando ben oltre la scomparsa delle narrazioni che l’hanno costruita e che ancora contribuiscono a strutturarla anche se nessuno se ne ricorda più. Ed è forse questa la parte migliore del romanzo, le narrazioni che vanno ad approfondire un personaggio granitico e profondo al tempo stesso come Unute, che pare inespressivo in quanto essenziale nella comunicazione ma che scopriamo indurito da millenni di vita attraversata per lo più da conflitto e violenza, un periodo di lunghezza incalcolabile in cui ha avuto modo di vivere quotidianamente la tendenza all’autodistruzione e alla sopraffazione dell’uomo. Granitico sì, ma non insensibile, e qualcosa riesce a smuoverlo una volta di più dalla sua posizione, ed è qui che parte la giostra delle narrazioni, di una violenza esibita quanto basta e non un rigo di più, ma percepita sempre in forma di non detto, di cicatrice, di trauma, di ciclo che sembra non interrompersi mai, ma che s’interrompe proprio quando tutta la caducità e la fragilità degli esseri umani che circondano Unute si riversa nel punto critico in cui la sua solidità s’incrina. Unute cerca sé stesso, cerca di capire la sua natura di anomalia, di cigno nero quasi irripetibile, elemento di rottura in un mondo per il resto non dissimile dal nostro guidandoci in una storia di speculative fiction profonda, densa nei concetti e potente nella scrittura.