A Netflix piacciono gli Ebrei (ultra)ortodossi. Perlopiù trascurata dal grande schermo, l’ala estrema del mondo ebraico trova ampio spazio televisivo sulla piattaforma, secondo diverse modalità, formati, sfaccettature: ci sono documentari dolorosi come One of Us, commedie divertenti come Vengono dal cielo, serie di ottimo livello come Shtisel, ambientata a Gerusalemme. La punta di diamante, tuttavia, è al momento la miniserie Unorthodox, una produzione tedesca diretta da Maria Schrader e recitata principalmente in yiddish, concentrata in circa 200 minuti, suddivisi in quattro puntate. Il concetto di Ebraismo (ultra)ortodosso moderno – sovente associato per semplicità a dondolanti figure maschili vestite di nero e dedite alla preghiera, su cui spiccano i caratteristici cernecchi (o pe’ot) e fastosi quanto ingombranti copricapi – è in verità composito, afferendo a realtà dislocate in vari Paesi del mondo, gruppi a volte molto distanti tra loro anche sul piano dei contenuti e delle regole: per approccio alla Torah e ai testi sacri; per il ruolo assegnato alle donne; per il valore attribuito alla conoscenza secolare; per la posizione nei confronti dello Stato di Israele; per l’atteggiamento verso i “gentili”. Movimenti che però sono tutti tendenzialmente caratterizzati da un forte (ed esso pure variabile) isolamento culturale dal resto della società, che ripropone – con prospettiva ovviamente ribaltata, ma con effetti sostanzialmente simili – la situazione vissuta per secoli dal popolo della Diaspora nei “ghetti” di molte città europee.

 

 

Unorthodox ci immerge nell’atmosfera asfittica di una della più consistenti comunità chassidiche Satmar (dunque di origine ungherese e rumena), quella formata nel quartiere multietnico di Williamsburg, a Brooklyn (zona che pullula di italoamericani e ispanici), da Ebrei scampati all’Olocausto e trasferitisi negli States durante la Seconda Guerra Mondiale o al termine di essa. Si basa, con qualche licenza peraltro concordata con l’autrice medesima, sull’autobiografia omonima dell’americana (con ascendenze berlinesi) Deborah Feldman, pubblicata nel 2012 e rapidamente divenuta un best seller mondiale e proposto in Italia da Abendstern Edizioni. Racconta di Esty Shapiro, cresciuta con i nonni dopo che la madre si è allontanata dalla famiglia quando ella era bambina, mentre il padre alcolista risulta una presenza impalpabile. La prospettiva del matrimonio a 17 anni non attrae più di tanto Esty, ma la lusinga anche; e poi è quello che ci si aspetta da lei, in un mondo dove i ruoli sono assegnati e il suo non può essere altro che quello di moglie e madre. Solo che la sposa bambina non ha esperienza della vita e nulla conosce del sesso, visto che ne scopre inorridita l’inevitabilità coniugale giusto poco prima delle nozze, tra le pieghe di lezioni personalizzate di economia domestica elargite da una leziosa insegnante. Vi pare uno sviluppo inverosimile? Invece non lo è affatto, e la ragione è presto detta: a Williamsburg non ci sono la televisione, i computer e gli smartphone, i telefoni sono perlopiù quelli a muro; le biblioteche ammesse sono soltanto quelle yiddish, e non propongono frivolezze; gli abiti ammessi sono tuniche monacali o gonne lunghe dai colori spenti, abbinate a scarpe senza grazia e senza tacco, che non inducano in tentazione. Per sovrappiù, la nostra eroina – che ama la musica e il canto, ma non può cimentarsi perché anch’essi boicottati come strumenti del diavolo, se non sono utilizzati con finalità religiose – non ha mai preso un autobus o la metropolitana, e nemmeno ha oltrepassato il ponte sull’Hudson per vedere Manhattan! Dopo il breve momento di gioia della cerimonia nuziale, comincia a sentirsi soffocata dalle aspettative nei suoi confronti, a partire da quelle della suocera invadente, a cui il marito (un debole verso il quale si fatica comunque a non provare un po’ simpatia, oltre che di commiserazione) non sa né vuole opporsi. E allora, dopo molte delusioni e scottature, Esty comincia a cercare una via di fuga.

 

 

La rappresentazione del mondo chassidico messa in scena da Schrader è accurata, molto attenta a riproporne l’estetica, senza peraltro ostinarsi nella ricerca dell’esaustività puntigliosa o del dettaglio, privilegiando piuttosto la suggestione. Tra gli elementi significativi spicca certamente l’ambiguità delle donne, in apparenza relegate a una parte marginale perché escluse dallo studio dei libri sacri e dagli indirizzi comunitari riservati ai maschi, ma di fatto signore del quotidiano, a volte aguzzine delle proprie figlie e delle proprie nuore, capaci di influenzare (nel bene e nel male) decisioni e scelte di figli e mariti. La situazione di smarrimento di Esty (nome non casuale: richiama quello di una scrittrice israeliana, Esty Weinstein, che ha fissato la propria vicenda nel romanzo Esaudisco il suo volere, dopo essere fuggita dalla sua famiglia Hassidim in Israele) è quella di chi non regge il peso di una società chiusa e intollerante, ma che allo stesso tempo teme (anche perché le viene continuamente ricordato, attraverso una violenza psicologica subdola e opprimente) che rinunciare alla protezione della comunità voglia dire esserne esclusa per sempre e si traduca nel diventare una reietta, costretta ad affrontare l’ignoto senza rete. A dare forza al personaggio principale è la bravissima attrice israeliana Shira Haas, capace di essere ora pulcino bagnato, ora inquietante, ora irresistibilmente magnetica: piccola (arriva a malapena al metro e mezzo) e graziosa, i piedi a papera che le conferiscono un portamento bizzarro, ha la testa sproporzionata ma è anche dotata di uno sguardo irrequieto e penetrante che infiamma gli abiti anonimi e pure la scialba sheitel, ovvero la parrucca che (in alternativa a cuffie o copricapi) sono tenute a portare in dette realtà le donne maritate, non potendo mostrare in pubblico i capelli. La narrazione di Unorhodox segue alternativamente due piani spaziali (da un lato Esty, dall’altro la famiglia del marito che avvia la ricerca della ragazza quando queste sparisce) che a un certo punto si incontrano, ma ricorre anche ai flashback, quando il focus è sulla protagonista, per farcene scoprire un poco alla volta l’opaco background. Con rigore, eppure con delicatezza, perché c’e poca materia da portare alla luce ed è esattamente in questo, nel rendere cioè l’ inconsistenza del passato, che la storia mostra una straordinaria capacità evocativa e di sintesi. In fondo, ciò che davvero conta per Esty è tutto nell’avvenire, in ciò che accade da quando prende la decisione di lasciare la casa (vischiosa, opprimente, ma pur sempre un nido) e gettarsi nella mischia, in libertà. Anche se questo significa rinunciare a sentirsi parte di una comunità. Anche se questo significa contare soprattutto su se stessa.