Chissà cosa sarebbe successo se fosse andata in porto l’idea iniziale di Principessa Mononoke, cui Hayao Miyazaki aveva lavorato nel 1980 per realizzarlo come speciale televisivo, con atmosfere più vicine a quelle di Totoro, e di cui oggi resta testimonianza nel libro The First Story (purtroppo inedito in Italia). Il tempo ha giocato una partita importante, così come il tempismo di tornare a lavorare su quel concept scartato quando si era da poco conclusa la versione manga di Nausicaa della Valle del vento, portata avanti dall’autore per ben dodici anni fino al 1994. Le cronache di quel momento di passaggio (ben documentate nei libri I geni dello studio Ghibli e Storia dello Studio Ghibli, usciti da noi per i tipi di Dynit) raccontano di un regista quasi svuotato dallo sforzo, che però è stato evidentemente portato in dote nella nuova opera. Da quella confusione generale, infatti, Principessa Mononoke è letteralmente rinato, si è tolto di dosso i cascami della più innocente storia originale pensata per la tv e, nel porsi quale opera pienamente cinematografica, ha assunto in sé i germi ben più problematici di quella parte del manga di Nausicaa che era rimasta fuori dal film del 1984 (realizzato quando il fumetto era ancora agli inizi). Così Mononoke è diventato un racconto di battaglie, ambientato in un Periodo Muromachi che introduceva in Giappone le armi da fuoco (ben presenti nel film) e segnava quindi il passaggio a una modernità più incline a fiancheggiare il caos con il supporto tecnologico, e comunque ormai distante dall’ascolto della natura.

Tutti temi presenti in una grande epica che, alla grandeur degna di un film di Akira Kurosawa – figurativamente molti passaggi sembrano presi di peso da opere come La fortezza nascosta o Ran – unisce una sensibilità animista fatta di irresistibili visioni fantastiche, segno di una indomita resistenza culturale, ma anche di una malinconica presa di coscienza della fine di un’epoca. Tema, quest’ultimo, che nello stesso periodo serpeggia anche in altre opere dello Studio Ghibli, si pensi a Pom Poko dell’amico, collega, rivale e maestro Isao Takahata. In questo modo si evidenzia il doppio passo di un film in cui l’apparizione notturna del maestoso daidarabotchi, anticipato dagli schiocchi dei teneri kodama, resta un’immagine di impareggiabile poesia, ma dove allo stesso tempo i corpi si sfasciano, vengono contaminati dalle piaghe, sono avvolti in bende e il sangue scorre abbastanza copioso – e anche qui, fatti i debiti distinguo, tornano i parallelismi con il lavoro realistico di Takahata, si pensi a La tomba delle lucciole di qualche anno prima. Opera terminale per antonomasia, Principessa Mononoke è quindi il compimento di un percorso iniziato nel 1984 con il già citato Nausicaa, ma anche l’ultima occasione per mettere in piedi un film volutamente grande, che racconti scenari ampi in cui si rifletta una forte tensione geopolitica mentre si consuma lo scontro finale tra la vitale natura del Cervo Divino e il progresso tecnologico della città-fucina.

Miyazaki affronta questa problematicità con l’evidenza dei corpi, che sono sempre agili come nei suoi film, ma meno “aerei”, più ancorati alla terra e alla loro caducità. Contestualmente però non dimentica la sua forte caratura morale: di fronte all’ipotesi della fine del mondo, il Maestro sancisce la necessità di mettere da parte l’odio e inneggiare alla vita – “vivi” è lo slogan di lancio del film – attraverso un protagonista segnato dal male, ma per nulla incline alla vendetta, le cui azioni sono sempre protese a evitare il peggio e a salvare la vita di San, la volitiva principessa spettro dei lupi che parteggia per il fronte del bosco contro quello industriale di Lady Eboshi. Siamo, insomma, ben al di là della dicotomia netta che contrassegnava lo stesso conflitto presente nella serie Conan il ragazzo del futuro: Miyazaki assume qui la caratura del saggio cantore che ha compreso come solo spezzando la spirale dell’odio e del cinismo si possa sperare di ricostruire. Per questo dalla morte del Dio della foresta si genererà comunque nuova vita e anche se l’ipotesi più verosimile è che Eboshi non abbia compreso il male portato e sia pronta a ricominciare daccapo, un piccolo kodama resta a rappresentare la speranza di uno sviluppo alternativo.

Con questi presupposti, Principessa Mononoke, che uscì mentre era in corso la guerra nella ex Jugoslavia, è tornato a illuminare un tempo ugualmente segnato da scontri di portata globale, restaurato e con una nuova edizione italiana che coglie l’occasione di rimediare ai torti sedimentati dai precedenti doppiaggi: quello disneyano del 2000 basato sulla lacunosa versione americana, e quello del 2014, celebre per i suoi dialoghi farraginosi – un’operazione di ripristino simile a quella effettuata sempre da Lucky Red l’anno scorso con il già citato La tomba delle lucciole. La nuova edizione non è soltanto materia per puristi della correttezza grammaticale, offre infatti dialoghi limpidi che permettono di comprendere con maggiore chiarezza il contesto in cui la storia si muove, il complesso sistema dei fronti contrapposti (in cui la lezione del manga di Nausicaa è più evidente) e le motivazioni dei personaggi, sia quelli umani, che le varie creature del bosco. E permette a un capolavoro del cinema moderno di ribadire la sua urgenza espressiva, insieme all’immutata forza delle immagini e alla meraviglia delle incredibili visioni che il suo geniale autore produce con irrefrenabile generosità. Se fine fortunatamente non è stata, visti i successivi exploit di Miyazaki, da La città incantata fino all’ultimo Il ragazzo e l’airone, di sicuro è ancora un preziosissimo punto d’arrivo.


