Spazi e tempi primordiali: Backrooms, di Kane Parsons

È facile capire da dove venga un film come Backrooms. C’è dentro tutto un sostrato di leggende metropolitane nate sulla Rete (le cosiddette Creepypasta), ma anche e soprattutto il gusto per l’esplorare e il perdersi negli spazi virtuali dei videogame survival horror, uniti alle esperienze in soggettiva dei POV movie (da Blair Witch Project in poi), che a loro volta vanno a braccetto con l’estetica della bassa definizione. Aspetti questi ultimi in verità un po’ incongrui per un regista appena ventenne come Kane Parsons (già autore di un’omonima e fortunata webserie da cui il film prende le mosse), che per ragioni anagrafiche non si sarà certo formato con stilemi che afferiscono al cinema degli anni Novanta/Duemila, ma che pure dicono molto di un’abile capacità rigenerativa del genere e dei suoi codici di riferimento. In realtà, l’aspetto che qui più interessa è dove Backrooms va, la sua capacità cioè di non risultare residuale rispetto a quei riferimenti, ma di renderli nuovamente materia viva e capace di formare un immaginario.

 

 
La storia di Clark e Mary (Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve), rispettivamente un immobiliarista che cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita e della psicologa che lo ha in cura, entrambi alle prese con lo spazio liminare a quello fisico del negozio, si offre infatti quale verità esperienziale in grado di catturare non solo l’attenzione, ma anche di provocare risonanze potenti per la sua forte capacità evocativa. Parsons, infatti, governa a dovere il senso di smarrimento dato dal contrapporre due persone raziocinanti – lui che lavora letteralmente con arredi e architetture, lei con i labirinti della mente – a spazi privi di logica, verso cui entrambi stoicamente cercano di offrire un approccio pensante, con la necessità ossessiva di mapparli o di trovare in essi un criterio di credibilità, anche e nonostante i pericoli che pure sembrano nascondere. Il risultato va di pari passo con l’incredibile confusione percettiva e il senso orrorifico dello smarrimento che si contrappone a una messinscena di estremo minimalismo. Corridoi e spazi interstiziali, con i loro cromatismi uniformi, assumono infatti caratura quasi cosmica, ottenuta attraverso il semplice uso del grandangolo e delle prospettive sghembe o più o meno esasperate.

 

 
E poi i ritmi dilatati, pensosi, poco inclini al jumpscare e più vicini al cinema meditativo d’essai, che restituiscono il senso di una regia modulata con grande attenzione. Rispetto a un film rompicapo alla Cube, quindi, Backrooms rifugge abbastanza l’armamentario fantascientifico – fatta salva la chiosa sulla Async, l’organizzazione che pure sta cercando di monitorare lo spazio – perché resta su elementi tanto definiti quanto inafferrabili se considerati nella loro accezione assoluta: lo spazio, il tempo, la memoria. Che poi è quanto effettivamente i personaggi devono affrontare: le esperienze sedimentate e trasmesse solo attraverso i dialoghi e qualche flash indefinibile nella testa, stralci di vita che sentiamo raccontare ma di cui non abbiamo mai tangibilità fisica. Le Backrooms, in questo senso, sono il tentativo cinematografico estremo di dare forma fisica alla lotta sempiterna dell’uomo contro i propri traumi indefinibili, una seduta psicanalitica di massa che non può risolversi altro che in un eterno errare in spazi non mappabili, se non nell’estrema dilatazione del tempo e in ripetute “sessioni”.

 

 
Il corpo, protagonista di ritorno nella produzione contemporanea (si pensi a The Substance o Together) risulta in questo modo già superato da un perturbante più diffuso, che può abitare solo in un altrove (ir)reale o nella bassa definizione dei vecchi dispositivi, anch’essi luoghi della memoria o della sua percezione (ricordiamo che già in Blair Witch tutto partiva da pellicole recuperate dal passato). E in cui il gioco del ritorno alle origini è modulato su figure primarie: uno spazio con mobili gettati alla rinfusa come se fosse nella fase del pre-arredamento, un disordine che sa di incuria, di abbandono, in cui si muovono spauracchi carnevaleschi che sembrano restituire l’esperienza della paura infantile amplificata da tutti i sensi, mentre in agguato ci sono angoli bui, strettoie claustrofobiche e piccole e minacciose alcove nelle pareti. Un catalogo primordiale che va di pari passo con la sofisticazione del racconto cinematografico, in cui spazi reali e artifici digitali si uniscono con la stessa naturalezza con cui si passa dai momenti in soggettiva a quelli in oggettiva. Segno ancora una volta di quanto il film riesca con poco, ma con grande lucidità, a toccare punti nevralgici ad ampio raggio, collocandosi fra le pellicole più importanti del momento.