Tempo di Resistenza, tempo di La casa in collina

Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

 

Dopo l’8 settembre 1943 la casa editrice Einaudi fu posta sotto il controllo di un commissario della Repubblica sociale italiana, Paolo Zappa;  Cesare Pavese allora si ritirò presso la sorella Maria, sfollata nelle Langhe a Serralunga di Crea, ma non partecipò direttamente alla Resistenza (i motivi di questa scelta sono chiariti in La casa in collina, steso dal settembre 1947 al febbraio 1948 ed uscito nel 1949). Il romanzo descrive le difficoltà del protagonista, un intellettuale chiuso in continuo colloquio con se stesso che non partecipa alla vita (sociale) degli altri che hanno scelto la lotta partigiana:”coesistono la lucida diagnosi dei limiti della solitudine dell’intellettuale sentita come colpa e come vergogna e la ferma, dolorosa volontà di superarla. Ma la volontà di superamento non è superamento: e il significato di La casa in collina è proprio in questo dilemma non risolto” (Salvatore Guglielielmino). La casa in collina, insieme ai Dialoghi con Leucò di cui rappresenta l’iceberg narrativo, è senza dubbio il capolavoro di Cesare Pavese ed uno dei romanzi più importanti del secondo dopoguerra. Accanto a Una questione privata di Beppe Fenoglio e al troppo trascurato Racconto d’autunno di Tommaso Landolfi compone un trittico ambiguo e suggestivo sulla Resistenza italiana. Corrado, il protagonista del romanzo, di fronte al precipitare degli eventi, rimane alla finestra, non trovando dentro di sé i motivi sufficienti per una scelta che lo conduca in un modo o nell’altro, fra gli uomini. La sua vicenda con Cate, rivista per caso in collina dopo tanti anni insieme al figlio Dino, che non si sa chi sia, è forse il più bello fra tutti gli impossibili amori pavesiani. Il trascorrere delle stagioni possiede una compattezza fisica da natura morta, come una quinta dietro il romanzo. Stupendi sono gli scorci della città, Torino, sbiancata sotto i bombardamenti, lacera e frettolosa, color calce. Mentre i personaggi discutono fra di loro e Corrado, al momento dell’armistizio, ripara in un convento da cui poi intraprendere la via del ritorno, la Storia è una voce alla radio e avanza per catene di “sentito dire” che la narrazione rincorre come da un falso luogo. Quando tutto precipita, niente in fondo è mutato e tuttavia mai come in questo libro Pavese ha espresso con tanta efficacia e dolcezza, e tenerezza, la necessità di accettazione del proprio destino, pur nella consapevolezza della sua inconoscibilità. “…che tale stoicismo fosse poi il rovescio patetico di una fierezza adolescenziale, egli se ne convincerà definitivamente qualche anno più tardi, consumando fino in fondo la propria delusione esistenziale” (Eraldo Affinati).