Mila vive tra Israele e la Polonia rurale, in una sorta di sospensione che ignora fino a quando nella sua vita controllata, succede qualcosa capace di erodere un articolato impianto progettuale. Mama inizia con un equivoco: una scena sensuale, una donna volitiva, una casa benestante. Ma è tutto l’opposto di come appare. Il ritorno imprevisto dei veri padroni di casa, infatti, rimodella gli equilibri, perché Mila è la fidata governante di una famiglia agiata di Tel Aviv, molto amata dai padroni di casa perché sa farsi trasparente e presente al tempo stesso, è instancabile e precisa e ha una relazione segreta con il giardiniere nero più giovane di lei. E quando va a dormire, scende al piano seminterrato. Tutti elementi che diventeranno via via indizi necessari a identificare questa donna e la sua storia. Eppure, è tutto anche più complicato e caotico di come appare, dal momento che Mila ha un’altra vita in Polonia, paese d’origine, dove ha lasciato quindici anni prima il marito e la figlia con il progetto di guadagnare abbastanza soldi da costruire una casa, mandare all’Università la figlia e provvedere a tutte le loro esigenze.

Programma ambizioso che non tiene conto della vita stessa, con tutti i cambiamenti, i sentimenti e la psicologia di un vuoto da riempire. Il naufragio è inevitabile, ma la giovane regista Or Sinai (quarantenne cineasta israeliana al suo primo lungometraggio) ce lo racconta con sapiente lentezza, come a voler concedere agli eventi la possibilità di un repentino cambiamento. Tornata in Polonia in seguito ad un incidente, Mila si trova a scoprire che le cose non stanno più come le ha programmate e prima ancora di analizzarle cerca di neutralizzarle col denaro. Dettaglio dopo dettaglio il film evidenzia le crepe di un ideale che non corrisponde al reale. Come se le travi marce della vecchia casa fossero lì a mettere in guardia tutti dell’imminente crollo. E infatti il soffitto crolla per davvero e i calcinacci sfiorano la giovane Kasia, più coinvolta che mai nel disequilibrio di una madre assente ma iper-presente, che mette sotto pressione tutti per non cambiare la sua ormai anacronistica tabella di marcia.

Come assestare le impalcature di un edificio pericolante? Come coniugare opposti inconciliabili? Impossibile senza lasciare dei pezzi sul campo di battaglia, soprattutto se non si prende consapevolezza della reale identità di ciascuno. Or Sinai si pone come obiettivo quello di filmare lo spaesamento della sua protagonista nel lungo processo di conoscenza, che significa spogliarsi degli schemi preconcetti (tanto necessari a chi sta lontano da casa) proprio come quando Mila, appena prima di tornare al villaggio di origine, si spoglia dell’abito che le ha dato la datrice di lavoro. Perché non si può vivere sovrapponendo due identità ormai logore e ingannevoli, anche quando tutti i meccanismi sociali spingono in questo senso e la spersonalizzazione del proprio lavoro ha contribuito a indebolire le certezze. Un film intimo e politico al tempo stesso, realizzato in un tempo di guerra (nel primo progetto avrebbe dovuto essere ambientato in Ucraina), che produrrà nuove disuguaglianze e nuovi spaesamenti.


