Gianmarco Fumasoli ci racconta 10 anni di indipendenza di Bugs Comics

Gianmarco Fumasoli

Bugs Comics, casa editrice indipendente attiva sulla scena fumettistica italiana, compie dieci anni. Una decade di storie in cui hanno visto la luce personaggi come Samuel Stern, Kalya e Toni Bellasalma, mentre altri protagonisti dell’undeground nostrano come L’Insonne hanno trovato una nuova casa. Ne parliamo insieme a Gianmarco Fumasoli, sceneggiatore e fondatore di Bugs Comics. In apertura una immagine di Toni Bellasalma.

 

 

 

 

 

Dieci anni di Bugs Comics. Ce li racconteresti attraverso i momenti e le opere salienti della casa editrice?

Dieci anni di Bugs, una vita volata in quello che, oggi, sembra qualche istante. Se dovessi riassumere il tutto nelle opere salienti direi sicuramente Mostri. La prima rivista della casa del bacarozzo e il primo fumetto presentato in pompa magna a Lucca Comics 2015. In quel fumetto c’era tutto, i primi MoFtri di Adriana Farina che poi si sono sviluppati in un loro filone, la mia prima storia a fumetti mai pubblicata, disegnata dal grandissimo Giancarlo Caracuzzo e le nostre prime esperienze di giovani fumettisti agli esordi, guidati dall’esperienza di Paolo Altibrandi. Al secondo posto direi Alieni. La seconda rivista Bugs e il primo cartonato. Stampare un cartonato quando sei un piccolissimo editore è una grossa sfida e infatti attirammo l’interesse di tanti colleghi, quell’anno. Poi direi Geppetto, la mia prima graphic novel (e anche la prima Bugs), disegnata da Francesco Dossena. Un’opera molto personale e che ebbe, all’epoca, un discreto successo. Dulcis in fundo direi Samuel Stern, che rappresenta, come le altre opere citate, un altro grande passaggio della casa editrice, l’esordio in edicola.

 

 

Qual è la poetica che accomuna i titoli Bugs Comics? C’è una filosofia editoriale alla base del vostro lavoro?

C’è sempre stato un motto alla base del nostro lavoro… Non è importante cosa racconti ma come lo racconti. Questo riassume un pensiero fondamentale, per me, nella vita; non solo nel lavoro. Quando fai una cosa, falla bene. Quando racconti una storia, raccontala come si deve, a prescindere dal genere. Non nego, comunque, che il nostro cuore pulsante, batte più per gli argomenti “fantastici”. L’horror in primis, ma poi la fantascienza, il fantasy, il soprannaturale in generale. Abbiamo anche provato ad approcciarci ad altro. Con la rivista Gangster, per esempio, che secondo me è stato uno splendido lavoro. Ma poi, quando ci troviamo a dover scegliere, ci muoviamo sempre verso direzioni abbastanza specifiche e riconoscibili. Anche per fortuna, direi. Sono fermamente convinto che l’identità editoriale sia molto importante per fare in modo che i lettori si affezionino al tuo lavoro e seguano, con te, il tuo percorso.

 

 

 Samuel Stern, uno dei maggiori successi di Bugs Comics, è inquadrabile come un bonellide, uno di quei fumetti che, pur con una propria identità forte nel suo caso specifico, si inserisce nel solco di un modello che in Italia ha fatto scuola. E non è l’unico nel catalogo Bugs Comics. Ha tuttavia ancora senso seguire quel preciso modello da quando il canale delle edicole sta pian piano scomparendo?

Questa è una domanda che mi rivolgono in tanti ed è una domanda che ha molteplici risposte. Nel nostro caso ha ancora senso, oggi. Siamo una realtà medio piccola, non abbiamo le spese di una major né la sua complessità, per cui riusciamo ancora a muoverci in maniera snella e funzionale in un mercato in contrazione. Sono dell’idea che si debba sempre guardare il lato positivo. Se domani l’edicola sotto casa chiude, io non smetto di comprare un personaggio al quale sono affezionato. Compro Dylan Dog da 40 anni e ho spesso cambiato edicola. Il che vuol dire che i lettori non spariscono con le edicole ma si ridistribuiscono sui punti vendita rimasti. Il problema del fumetto in edicola non sono i punti vendita, ma trovare nuovi lettori e mantenere i lettori storici.

 

 

Parliamo di numeri nel concreto: una casa editrice indipendente come Bugs Comics funziona bene? Quanti stipendi riesce a pagare? Più in generale, quali prospettive professionali reali offre il mercato italiano a un autore di fumetti? Dacci la tua opinione sullo stato dell’arte dell’industria italiana del fumetto.

Il mercato italiano offre a un autore di fumetti. oggi, prospettive complesse, frammentate e fortemente selettive, ma non totalmente prive di opportunità per chi sa orientarsi. Dal punto di vista editoriale, l’Italia ha una tradizione fumettistica solida e riconosciuta (da Bonelli alla graphic novel d’autore), ma il mercato è relativamente piccolo e dominato da pochi grandi editori, senza considerare i cambiamenti in corso negli ultimi anni. Questo significa che l’accesso è difficile, i numeri di vendita medi sono contenuti e le possibilità di vivere esclusivamente di fumetto, soprattutto all’inizio, sono limitate. Gli esordi avvengono spesso tramite collaborazioni, autoproduzioni, riviste, webcomic o piccoli editori, con compensi modesti ma utili per costruire un portfolio e una rete di contatti. Dal punto di vista economico, la figura dell’autore di fumetti in Italia è raramente stabile: molti professionisti affiancano al fumetto altre attività (illustrazione, animazione, insegnamento, grafica, editoria scolastica). Il lavoro è spesso discontinuo, e richiede una forte capacità di auto-promozione e gestione autonoma della propria carriera.
Sul piano culturale, però, il fumetto gode oggi di una legittimazione crescente: è presente in libreria, nei festival, nei premi letterari e nel dibattito critico. Questo ha ampliato gli spazi per opere personali, tematiche adulte e sperimentali, soprattutto nel formato graphic novel. Per autori con una voce riconoscibile, l’Italia può offrire visibilità e riconoscimento, anche se non sempre un ritorno economico proporzionato, ahimè. Le prospettive migliori emergono spesso da una dimensione internazionale e transmediale: lavorare per editori stranieri, adattare il proprio stile a mercati diversi, o incrociare il fumetto con cinema, animazione, giochi e web. In questo senso, il mercato italiano può essere più un punto di partenza o di legittimazione che un traguardo definitivo.

 

 

Del vostro progetto fa parte un’academy. Ai vostri allievi cosa insegnate sul fumetto, a parte la tecnica? Quale futuro li attende, in Italia e all’estero? E quale futuro attende il fumetto in generale?

L’Academy in realtà ha chiuso da due anni. Abbiamo portato a chiusura gli anni rimasti ma poi ci siamo fermati. Non riuscivamo più a seguire con attenzione entrambi i fronti. Fumetti e docenza. Abbiamo dovuto scegliere e abbiamo scelto il fumetto. Posso sicuramente risponderti su cosa attende il fumetto, in generale… almeno secondo me. Mi piace pensare alla lontana, per cui ti dirò cosa c’è in attesa, per il fumetto, tra 10, 50 e 100 anni.

Tra 10 anni il fumetto sarà probabilmente ancora riconoscibile nella sua forma attuale, ma inserito in un ecosistema più ibrido. Continuerà a esistere il libro stampato, soprattutto come oggetto curato, da collezione, probabilmente si scosterà sempre di più dal concetto di popolare mentre il digitale diventerà uno spazio sempre più centrale per la serialità, la sperimentazione e l’accesso globale. Gli autori saranno sempre meno legati a un solo mercato o formato e sempre più chiamati a muoversi tra fumetto, animazione, videogiochi e narrazione interattiva. Il fumetto sarà meno “un prodotto” e più un nodo creativo all’interno di universi narrativi più ampi. Trovo che il fumetto, per lo sviluppo delle IP, sia il modo più immediato ed economico per arrivare al grande pubblico e testare il suo interesse.

Tra 50 anni il fumetto potrebbe non essere più definito tanto dal supporto quanto dal suo linguaggio: la sequenzialità, il rapporto tra immagine e tempo, la costruzione visiva del racconto. Potrebbe esistere sotto forma di esperienze immersive, realtà aumentata o ambienti narrativi esplorabili, ma continuerà a funzionare secondo principi che oggi riconosciamo come fumettistici. In questa fase il fumetto potrebbe perdere parte della sua dimensione industriale tradizionale, ma guadagnare un ruolo più marcato come linguaggio culturale e artistico, studiato, insegnato e utilizzato anche fuori dall’editoria.

Tra 100 anni, è possibile che il termine “fumetto” stesso appaia obsoleto, ma non il suo DNA. Le storie raccontate attraverso immagini in sequenza, ritmo e sintesi visiva continueranno a esistere, integrate in forme di comunicazione che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Il fumetto sarà riconosciuto come una delle grandi grammatiche narrative dell’umanità, al pari della scrittura o del cinema: non più un genere, ma una struttura del pensiero umano, capace di attraversare epoche, tecnologie e culture. Credo che la dissoluzione dei confini che oggi tanto ci impegniamo a difendere tra autori e lettori storici, sarà inarginabile. Anche perchè tra 100 anni, tutti quelli che oggi la difendono saranno morti. O inseriti in un corpo artificiale. E allora ci farò un fumetto.