Adolescenza, amore e pornografia: alla Berlinale 76 Truly Naked di Muriel d’Ansembourg

Truly Naked, l’opera prima di Muriel d’Ansembourg, arriva con una bella forza d’urto nel programma di Perspective della Berlinale 76: lo spazio nemmeno troppo simbolico che elegge a set è quello della pornografia, applicandolo per giunta al tema dell’adolescenza e spingendolo nel percorso di crescita psicologica e personale di Alec, studente introverso ma tutt’altro che nerd, orfano di madre ma tutt’altro che trascurato dal padre Dylan, il quale ha anzi edificato sulla sua vicinanza l’intero equilibrio familiare e professionale. L’uomo è infatti una star del porno online, gestisce una etichetta tutta personale in cui Alec occupa il posto tutt’altro che secondario di operatore: è lui a filmare le performance di Dylan e Lizzie, mantenendo con il sesso, che osserva a e filma distanza ravvicinata, un rapporto concreto, pratico, ironico, freddo ma non certo distaccato né tanto meno impacciato. Qualcosa di molto simile all’assetto della stessa Muriel d’Ansembourg, che gestisce Truly Naked prendendo alla lettera il mandato dichiarato nel titolo e lavorando in una maniera “nuda”, priva di mascheramenti visivi e concettuali, sulla questione della sessualità esposta nella sfera dell’adolescenza.

 

 
Non cerca scorciatoie, questa giovane regista e sceneggiatrice nata a New York, cresciuta a Amsterdam e formatasi come filmmaker a Londra: l’approccio psicologico che sceglie per raccontare il suo giovanissimo protagonista, Alec (interpretato dall’esordiente irlandese Caolán O’Gorman), è fortunatamente senza rete, costruito sulla normalizzazione di una sessualità adolescenziale che semmai diventa problema nel momento in cui adotta prassi e modelli adulti. Come accade per l’appunto alla storia tra Alec e la sua compagna di classe Nina (Safiya Benaddi, altra brava esordiente inglese), con la quale, lavorando a una tesina sulla dipendenza pornografica, nasce un’intesa che si sviluppa in possibile amore. Ovviamente nella vita di Alec la pornografia è sia uno strumento che un non detto quotidiano, giocato con intelligenza figurativa e concettuale dalla regista, la quale tanto espone i corpi, gli organi, le sedute sessuali on stage (sin dalla nettissima sequenza iniziale), tanto costruisce la narrazione sul bisogno del suo protagonista di oscurare quella parte della sua realtà, mascherandosi dietro una riservatezza e una introflessione che è abito esistenziale piuttosto che psicologico.

 

 
Il film dunque si struttura come un racconto di formazione sui generis, in cui l’adolescenza è il limite oltre il quale ci si spinge in una età adulta in qualche modo libera dall’ossessione del sesso, capace di restituire al corpo la propria fisicità integrale, non più legata alla parcellizzazione degli organi all’opera sul set della pornografia. Non che questo sia identificato da Muriel d’Ansembourg come un principio morale, men che meno moralistico, dal momento che ciò che resta di Truly Naked è proprio la verità psicologica di una adolescenza intesa come età capace di azzerare i pregiudizi e affidarsi alla flagranza delle emozioni, all’audacia dei pensieri e alla verità delle azioni. Il cammino che lega così Alec a Nina è coerente con la dismissione della centralità totemica della eccentrica figura paterna rappresentata da Dylan e il gioco simbolico di garantire lo spazio di sicurezza reciproco tra le persone (mutuato dalla prassi della madre di Nina, psicologa) diventa la rappresentazione plastica di una funzionalità relazionale codificata, uguale e contraria a quella applicata sul set da Dylan e Lizzie (la porno performer inglese Alessa Savage). Muriel d’Ansembourg definisce insomma per questa sua opera prima uno spazio di relazione sicuro e agile, che colpisce non solo per la capacità di muoversi dinamicamente tra psicologie dei personaggi, rappresentazione del sesso e immediatezza visiva, ma anche per la capacità di focalizzare un nucleo tematico complesso e articolato.