Lo spazio del tempo terminale, localizzazione in zona after life, in sospensione tra la tensione estrema della vita e il vago accesso a una dimensione altra: First Days (a Rotterdam55 nella sezione Harbour) è il progetto visuale di Kim Allamand e Michael Karrer, in cui è proprio sulla prolusione al transito tra il qui e l’altrove che viene costruita la narrazione implicita e non verbale del film. Non Last Days come il Van Sant terminale, al quale del resto i due registi svizzeri fanno un dichiarato omaggio, ma First Days, perché si tratta di affiancare il vagare astratto e atemporale delle due protagoniste: due donne di età differente, che si ritrovano immerse nell’incanto di uno scenario naturale estatico, crepuscolare o aurorale, ma anche pienamente solare nel controluce mattutino e ombroso di notturni stellati…Un eden o un ade, insomma uno spazio che nel suo essere perfettamente terreno, naturale, è indubbiamente un luogo d’altrove, che prelude a un passaggio di stato che le due figure sono destinate ad affrontare nell’atto estremo del loro tempo filmico.

Immerse in questa condizione, le due donne si ritrovano faccia a faccia in una casa che contiene il loro reciproco silenzio, fatto di sguardi e gesti quotidiani, vaghi sorrisi della più giovane ai quali si oppone l’espressione ferma e riprovevole della più anziana. Il loro incontro è una ipotesi di complementarietà che potrebbe far pensare alle due stagioni della stessa persona poste a dialogo nel tempo estremo della sua vita… Ma probabilmente la suggestione è sfalsata dal bisogno di dare un senso narrativo alla costruzione filmica cercata dai due autori svizzeri, mossi più dal bisogno di edificare uno spazio visuale e concettuale che da una precisa strategia affabulatoria. Non a caso hanno scelto come protagoniste due interpreti che stanno più sul versante performativo della recitazione, quello corporeo e gestuale della danza: Nasheeka Nedsreal e Jia-Yu Corti, la prima ha lavorato con il danzatore americano Trajal Harrell, la seconda con Marina Abramović.

L’intero film funziona sui silenzi delle due figure, sullo spostamento di senso della narrazione dagli atti agli eventi naturali, dalla successione delle azioni al defluire delle attese, colte dalla fotografia di Fabian Kimoto in un rilucente gioco cromatico che esalta la flagranza luminosa della natura. Allamand e Karrer cercano uno spazio visivo intimo e universale allo stesso tempo, costruendo una forma filmica che sta tra Tarkovskij e Malick, ma possiede una sua unicità funzionale astratta, più visuale. C’è un fascino ipnotico in First Days, che dialoga con una solida ridondanza simbolica, nel gioco continuo tra l’immaterialità dei riflessi, la funzionalità dei contrasti, l’immediatezza della scansione temporale e l’incisività del lavoro sonoro. Un limbo dinamico e statico allo stesso tempo, nel quale lo spettatore può ritrovarsi a suo agio o obnubilarsi indistintamente.


