Liberamente ispirato al reale scambio epistolare tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa medica Maho Isono, pubblicato nel libro You and I – The Illness Suddenly Get Worse, All of a Sudden riporta Ryûsuke Hamaguchi, nel suo primo film diretto fuori dal Giappone, sul territorio della parola come motore di una storia che si sviluppa in un’estate, ma che trasforma le vite di tutti i personaggi coinvolti. Come convertire la pura teoria in un racconto per immagini è la scommessa del regista di Drive My Car, con la sua capacità di costruire universi impalpabili, eppure così radicati nella quotidianità. Siamo a Parigi in una casa di riposo dove la direttrice Marie-Lou sta cercando di applicare un metodo di cura rivoluzionario per i nostri tempi, basato sul riconoscimento dell’altro, su una forma di rispetto per la fragilità che la valorizza nel suo essere segno e segnale di un altro modo di sentire. Più semplice di come sembra e più fisico di come si dice. Tutto nasce dall’osservazione minuziosa delle cose e da una messa in scena che trasforma leggermente il significato di ogni singolo gesto.

Lo scopriamo presto nella rappresentazione teatrale cui Marie-Lou assiste, su invito della regista giapponese Mari, incontrata in un parco mentre la prima soccorre Tomoko, autistico nipote dell’attore protagonista. La pièce porta il titolo italiano Da vicino nessuno è normale ed è ispirata a sua volta all’opera di Franco Basaglia. Un unico attore in scena e un discorso che si fa “cosa” grazie allo spostamento delle sedie, unici oggetti disposti sul palcoscenico. Torna in mente Drive My Car e la sperimentazione del regista protagonista che, rileggendo Čechov, si circonda di attori di nazionalità e lingua diverse (giapponese, cinese, filippino…) in modo da esasperare l’effetto straniante e moltiplicare la relazione tra fisicità e parola. Qui il cortocircuito è assicurato dal fatto che le due donne parlano ognuna la lingua dell’altra e dall’intromissione esterna, dalla possibilità della “realtà” di entrare nel territorio di una finzione, che è essa stessa reale ma come in trasparenza. Tomoko nella sua purezza, è l’elemento di connessione dei legami che nascono e si radicano velocemente. Primo fra tutti quello tra Mari e Marie-Lou, che in una sola notte indagano i modi di rendere possibile l’impossibile in una lunga e trascinante conversazione fatta prevalentemente di piani sequenza.

È qui che affiora il senso di tutto questo teorico errare, quando, infine, le due donne sfiorano la vera questione politica che mette al centro i meccanismi di funzionamento del capitalismo, responsabili del decremento della natalità e dell’invecchiamento di una popolazione per le cui cure non si hanno mai abbastanza fondi. Eppure, dice Mari, il capitalismo, per sua natura autodistruttivo (in quanto distrugge le risorse esterne di cui si nutre) è anche ciò che nel tempo ha contribuito ad alimentare la cultura. Quale la soluzione che umanizza un principio disumano? La risposta sta nella relazione, gesto che Hamaguchi esalta sia nella finzione, sia nel metodo della messa in scena, come se il film fosse una sorta di workshop compiuto su più livelli, dalla formazione dei dipendenti della casa di riposo alla riflessione sul cinema e sul teatro come momenti di analisi concreta della società. Sguardo, parola, tocco, verticalità.


