Poi col Papa e ogni sacramento
Andranno come zingari
Su verso l’Ovest e il Nord
Con le bandiere rosse
Di Trotzky al vento…
Alì ha gli occhi azzurri (Profezia), Pier Paolo Pasolini, 1962.

 

Il cinema del regista marsigliese è stato sempre molto attento nel coniugare i sentimenti personali con quelli collettivi e farne riflesso di un’utopia per un mondo migliore, per uno sguardo, nonostante tutto, che sia fiducioso nel futuro. Regista, quindi, essenzialmente umanista, che ha ambientato le sue storie in una microcollettività che fosse amicale, familiare o entrambe le cose. Il suo cinema, in un’accezione differente e più metaforica, assomiglia a quello di Rohmer, laddove il grande Eric lavorava quasi esclusivamente sulla costruzione delle relazioni, sulla loro evoluzione, seguendo l’elaborazione psicologica dei suoi personaggi, costruendo quella rete di relazioni dentro la quale si sviluppavano le sue esili storie. Differentemente il cinema di Guédiguian assume per acquisite quelle relazioni e ricerca all’interno di quelle una chiave drammaturgica per raccontare il mondo di quei personaggi. Twist a Bamako, con le dovute differenze, dovute soprattutto all’ambientazione che costituisce lo scenario del racconto, con quell’aprirsi dello sguardo verso gli scenari africani che hanno da sempre, ma finora incidentalmente e quasi invisibilmente, occupato il lavoro del regista, sembra diventare un’altra cosa, appare come un film anomalo in quella corposa filmografia, ma in realtà, come spesso accade, in queste riflessioni c’è qualcosa di vero, ma anche qualcosa di non corrispondente al vero.

 

 

È vero che l’ultimo film di Guédiguian si discosti dalle solite ambientazioni casalinghe, dai microcosmi nei quali i sentimenti si condividono, dai cortili nei quali sembra si sia depositata la vita dei suoi personaggi, dalle case in riva al mare che diventano il luogo del ritrovo in nome del passato, in altre parole di quei luoghi che rivelano l’anima dei personaggi e ne assorbono l’umanità, divenendo essi stessi, i luoghi, polo magnetico di una piccola rivoluzione che attira sguardi benevoli a cominciare da quello del suo creatore. Così come è vero questo, poiché Twist a Bamako vive della luce abbagliante del deserto africano (del Senegal, dove il film in realtà è stato girato) e dei colori dei tessuti, come sempre accade nel cinema che trova luogo nella luminosa terra africana, è anche vero che in questa spazialità Guédiguian non perde e non diluisce il suo sguardo benevolo, il suo desiderio di utopia. Anzi, in realtà, è forse proprio questo film ad offrirgli la possibilità di rendere universali questi temi, esplicitando quella matrice politica che ha costituito il leit motiv ininterrotto del suo cinema.

 

 

Ambientato nel 1962, Twist a Bamako è insieme uno sguardo sulla rivoluzione socialista attraverso la quale il Mali si era decolonializzato, il racconto della resistenza, ma anche della convivenza delle tradizioni arcaiche con le idee di un collettivismo non sempre facile da comprendere, e una bellissima storia d’amore tra Samba, consigliere per la gioventù del nuovo governo del Presidente Modibo Keïta e convinto assertore di un socialismo quasi salvifico per la sua terra, e Lara, giovanissima donna venduta in sposa al futuro capo di un villaggio, che, fuggita dal matrimonio combinato, torna in città trovando ospitalità nell’entourage familiare di Samba. Di lui si innamora perdutamente di un amore che durerà fino alla fine dei suoi tempi. È con questa forte tensione melodrammatica, ma al contempo con l’altrettanto forte aspirazione verso l’utopia socialista, che Twist a Bamako concilia e manifesta i desiderata di Guédiguian, non in una trasformazione del suo cinema, ma in un detour che appare quasi riepilogativo di quella poetica umanista di cui si diceva e di quella manifestazione dell’idea di futuro che appartiene da sempre al cinema del regista e che qui si fa materia viva che lavora direttamente sul suo nascere, sul suo crescere e su quell’utopia del benessere sociale che sta così a cuore all’autore francese.

 

 

Guédiguian tratteggia il senso quotidiano della rivoluzione maliana, sulla scorta di una frase di Lenin che diceva Il socialismo sono i sovietici, l’elettricità e il twist. Ed è proprio questo il racconto che fa da sfondo alla contrastata storia d’amore tra Samba e Lara, quello di una rivoluzione dei costumi e delle abitudini, di giovani che ballano nei locali che fioriscono a Bamako, che bevono contro ogni dettame islamico, che imparano ad amare anche trasgredendo alle tradizioni centenarie e oltre, che instaurano altri rapporti familiari e che prendono coscienza, in questa anticipazione della cesura storica del 1968, pur con la comprensibile diffidenza, di quella collettivizzazione che sta alla base del socialismo. È questo il socialismo dice Samba quando, nonostante le diffidenze, ottiene il risultato di vedere gli abitanti del villaggio lavorare tutti insieme la terra che il governo ha loro concesso come bene comune. Guédiguian riafferma la sua idea sempre in equilibrio tra melodramma e utopia, tra volontà e desiderio, tra passato e presente. È questo presente nel quale ci catapulta il finale a segnare la distanza e l’arretramento del pensiero, la fine di ogni aspirazione, il naufragare di ogni rivoluzione. Le donne col burqa stridono con le immagini di quella pacifica rivoluzione dei costumi che vedeva i giovani canticchiare Be bop a lula o ballare il twist negli scatti del fotografo che finirà per essere testimone di un’epoca. Meno male che ancora c’è Lara che ha voglia di sventolare il suo velo come una bandiera al vento.

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