Grand Ciel è un progetto per un quartiere che si sta realizzando in una città francese. Un quartiere che dovrà rispondere alle esigenze di una modernità ecologica e per questo sarà ecosostenibile, un insediamento che si svilupperà nell’ottica di in un dinamismo al passo con i tempi, le abitazioni sono già funzionali a questi scopi e il quartiere si inserirà perfettamente nel tessuto cittadino. Tutto chiaro nel rendering architettonico che la grande impresa edile, che sta eseguendo i lavori del complesso abitativo, propone. Ma sollevato il velo della proposta di felicità che il luogo sembra offrire, scopriamo alcune verità celate e la scomparsa di alcuni lavoratori irregolari tra le maestranze fanno sorgere più di un sospetto. Vincent (Damien Bonnard) appena assunto, ma solerte nel suo ruolo di operaio e desideroso di dare stabilità economica alla famiglia, viene promosso capo squadra. Una promozione che suscita i sospetti Said (Samir Guesmi), l’unico tra gli operai guidato dal vero desiderio di indagare su quanto sta succedendo nel cantiere con la scomparsa dei suoi compagni di lavoro. Vincent resiste e diventa antagonista di Said.

Tra un misterioso cancro del cemento, i silenzi della grande società edile e le implicite complicità degli operai, Grand Ciel resta sospeso nella sua soluzione. Già presentato all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione “Orizzonti”, il film del regista giapponese, ma francese d’adozione per avervi studiato cinema, si avvale di più componenti e se per qualche verso sembra di stare in un film di Loach senza la sua rabbia innata, per altri sembra di abitare un noir o un flebile thriller, ma al contempo l’ambiente è quello di un film sulla frammentazione di quella unità solidale tra lavoratori che appartiene ad altri tempi, di quella parte che si chiamava classe operaia. Aikhiro Hata lavora abilmente su questi incroci e se il suo film per certi versi resta irrisolto – susciterà perplessità in chi cerca una soluzione a tutti i costi – guardandolo sotto un’altra luce forse quella sospensione di un finale così possibilista diventa funzionale al suo sviluppo, dentro il quale sembra ritrovarsi l’ambiguità dei tempi che viviamo e soprattutto l’assenza di strumenti per dare vita a quel mutamento radicale delle cose. I dubbi svelano l’impotenza e Aikhiro Hata se ne fa carico. In un’epoca di post verità, di verità incerte, indefinite, confuse nella grande bagarre delle fake news, Grand Ciel rimette in circolo proprio questa incertezza, la nebulosità della ricercata verità e quindi non scopre, non risolve, prova a raccontare il sonno delle coscienze nel mistero di un buio sotterraneo. Sono gli effetti narcotizzanti di un capitalismo che neppure si manifesta con il suo volto, sarà solo un impiegato, un tecnico, un anonimo dipendente a diventare il volto della società, forse una multinazionale dell’edilizia. Un capitalismo che in un’operazione di confusione alza veli e polveroni, una nebbia come quella che si alza dalle gettate di cemento che offusca la vista e non permette di individuare l’avversario.

Grand Ciel pur con le sue incertezze, i suoi ritmi a volte bradicardici, con le sue molteplici contaminazioni, apre interrogativi e riflette sul presente, sulla frammentazione di ogni condivisione politica della condizione di subalternità, come gli operai che si dividono a protezione di un individualismo esclusivo, tutt’altro che inclusivo, in una pericolosa specie di neutralità che muta in quell’ambiguità del protagonista Vincent privo di spinte di parte, di ambizioni di classe, finendo con diventare complice del “padrone”. Grand Ciel è un film sull’incerto andare, su uno smarrimento generale, dove resta sospesa ogni patente di certezza, nel quale la terra sotto i piedi trema pericolosamente. Il suo assetto narrativo si riverbera nel suo profilo estetico, diventando esperimento narrativo, racconto alchemico in cui elementi differenti, e in parte anche lontani tra loro e senza alcuna apparente affinità, fanno da cornice e spina dorsale a quello scenario più grande che resta sempre sullo sfondo, quasi invisibile, anonimo come la gigantesca impresa edile senza testa e quindi senza volto. Il quartiere tecno-ecologico che si sta costruendo pare dovere smaterializzare i corpi, dissolverli. Se ci affidiamo a queste suggestioni Aikhiro Hata ha realizzato un film che lavora sull’inquietante genesi di un futuro apparentemente perfetto, ma dove emozioni e bisogni, desideri e dissidi non sembrano essere stati sedati. Cosa farà Vincent dopo l’ultima scena del film prima del nero? In quella voluta omissione narrativa risiede forse la risposta che cerchiamo.


