Mistero al sole: a Rotterdam55 Mi Amor di Guillaume Nicloux

Fosse stretto nello spazio mentale della sua protagonista, Mi amor, il nuovo film di Guillaume Nicloux presentato a Rotterdam55 nella sezione Harbour, sarebbe un trip paranoico esposto al sole delle Canarie. Ma per questo suo thriller con rapimento, il regista francese ha preferito accedere al mistero sfruttando la dimensione oggettiva della tensione. Sarà che tutto risponde al ritmo costante impresso alla narrazione dalla techno con la quale Romy, la DJ protagonista del film, fa ballare le folle che accorrono per ascoltarla, fatto sta che Nicloux non cede alla tentazione psicotica e lascia la sua eroina sola con il dramma della sparizione della sua compagna, Chloé, persa nei misteri dell’arcipelago spagnolo.

Tutto sembra spalmato su uno spazio neutrale, che sta tra la dimensione vagamente sonnambolica della scena isolana, indifferente al turismo tanto quanto diffidente nei confronti degli stranieri, e la solitudine di cui cade vittima la DJ, in una sorta di contrappasso rispetto alle folle che è abituata a gestire dalla consolle delle sue serate. La solare distrazione offerta dall’ambiente un po’ selvaggio delle Canarie, bagna il mistero della scomparsa di Chloé, che al termine del concerto di Romy non torna in hotel e che nessuno, a parte la sua compagna, sembra davvero cercare. L’unico a dar seguito all’angoscia di Romy è Vincent, vissuto e sbattuto proprietario del locale dove la DJ ha suonato, interpretato da un Benoît Magimel che è indubbiamente il valore aggiunto del film: con la sua aria vaga e astratta, quest’uomo che sembra venire da un’altra vita, dolcemente misterioso e intimamente sofferente, affianca Romy nella sua ricerca, mentre affronta i gangster che vogliono sottrargli il locale.

La scrittura non è delle più raffinate, ma va detto che Mi Amor è chiaramente un thriller che non funziona tanto di incastri tra azioni e reazioni, quanto sulla gestione di uno spazio vagamente astratto. Il mistero che avviluppa la protagonista la trascina verso un destino di rinascita che sembra contrapporsi al senso di morte da cui è circondata. Romy – giocata sulla presenza un po’ algida e rigida di Pom Klementieff – è infatti disegnata come una donna che senza saperlo si avvia verso una ridefinizione del proprio spazio esistenziale: sospesa tra vita e morte, Romy trova in Vincent una figura orfica che la riconsegna alla vita dopo averla guidata nello spazio quasi ultraterreno delle Canarie. Guillaume Nicloux assume sulla sua regia il compito di tenere tutto piatto, escludendo i chiaroscuri, le ambiguità, l’allusività tipica del mistery, per incidere ogni cosa nello spazio diafano dello scenario naturalmente allusivo delle Canarie, tra giovani affascinanti e misteriosi e culti arcaici isolani che persistono non visti alla luce del sole.