Perfect Days di Wim Wenders: la felicità è nell’essenziale

Azione, osservazione, ripetizione. Le giornate di Hirayama, single che ha superato la mezz’età, si muovono lungo questi assi. Tra casa e lavoro, con l’eccezione di una pausa silenziosa e contemplativa nel parco e del tempo per nutrirsi o pulirsi, a fine lavoro, fuori. Casa è una modesta abitazione dagli spazi millimetrici, quasi una cella monacale. Un futon, piantine da innaffiare, uno specchio davanti al quale spuntare i baffi, molto curati. Lavoro è la routine di pulizia dei bagni pubblici nella città di Tokyo, ognuno diverso dall’altro, modernissime architetture a sé stanti. “Piccoli santuari di pace e dignità”, come li definisce il regista nelle note stampa. Hirayama si dedica con scrupolo alla loro pulizia e manutenzione. Rispetta educatamente gli avventori di ciò che è considerato un bene pubblico. I suoi piaceri nel tempo libero sono frugali: ascoltare musica, leggere, girare in bicicletta. Più di tutti, ammirare le chiome più alte degli alberi e fotografarle. 

 

 

È uno schema sicuro, assodato, quello di Perfect Days di Wim Wenders (a Cannes 2023 anche tra le proiezioni speciali con Anselm, entrambi distribuiti da Lucky Red) ma non per questo meno efficace. Perché il personaggio quasi muto, costantemente pedinato nel suo agire quotidiano, qui è messaggero di una posizione filosofica. Un minimalismo scelto, abbracciato con la volontà di chi ricerca ogni infinitesimale lampo di bellezza e armonia nel qui e ora. La beata solitudine di Hirayama (l’aggraziato Koji Yakusho, baffi simili al regista, premiato come migliore interprete maschile a Cannes) rispecchia la fascinazione di Wenders per il cinema di Ozu e la cultura giapponese che hanno ispirato Tokyo-Ga.

 

 

Magnifico filmmaker di paesaggi metropolitani – la Tokyo Sky Tree svetta su una varietà di scorci urbani che invitano a visitare la città – il regista infonde nella storia l’altra sua passione, dopo quella urbanistica: la musica (pop, rock). E va ancora a colpo sicuro. Il titolo rimanda direttamente al brano di Lou Reed. La scoperta di Redondo Beach di Patti Smith innesca una storia d’amore tra il suo giovane assistente e una ragazza intraprendente. Dall’autoradio rispuntano Rolling Stones, Otis Redding, The Kinks, Van Morrison. The House of the Rising Sun dei The Animals si veste di un nuovo significato, attraverso la voce di una signora elegante. Che forse Hirayama ama di nascosto. 

 

 

Le abitudini del protagonista appartengono al mondo analogico. Il nastro delle audiocassette, oggetti di un vivace mercato vintage, le stampe su pellicola della macchina fotografica, la carta tramite cui si immerge nella lettura di Le palme selvagge di William Faulkner o di Urla d’amore di Patricia Highsmith, l’economia di vestiti e consumi. Ciò non va letto come nostalgico passatismo di un autore che si avvicina agli 80 anni.
Semmai, come la conquista consapevole, il distillato, della seconda parte dell’esistenza di un personaggio. Un uomo che non conosciamo se non attraverso le sue azioni, il modo in cui tratta le persone che lo avvicinano, gli sguardi curiosi al cielo quando apre la porta di casa al mattino e inizia ogni nuovo giorno come un dono. Le installazioni oniriche in bianco e nero di Donata Wenders lasciano il tempo e il piacere di immaginare la sua vita. Quindi non abbiate fretta di uscire dalla sala. Sui titoli di coda vi attende una piccola illuminazione (komorebi). Oppure grande, dipende da voi.