Dopo gli ipercinetismi virtuosistici ed effettistici di Skyfall (2012), Spectre (2015) e 1917 (2019), con Empire of Light (2022) Sam Mendes torna alle atmosfere intimiste di Revolutionary Road (2008) e American Life (2010), senza rinunciare alla grandeur della messa in scena e all’opulenza fotografica che ormai sono diventate la sua cifra distintiva. Il risultato di questa combinazione per niente ovvia è un equilibrio raro tra scrittura verbale (la sceneggiatura è dello stesso Mendes) e visiva (la fotografia di Roger Deakins, già collaboratore di Mendes, dei fratelli Coen, Haggis ecc.).

 

 

La storia, ambientata in un grande cinema in decadimento in una città costiera dell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, è quella dell’incontro tra l’attempata Hilary (una strepitosa Olivia Colman), responsabile di sala che lotta contro la sua malattia mentale e gli abusi sessuali del proprietario del cinema (un insolitamente cinico Colin Firth), e Stephen (un delicatissimo Micheal Ward), un ventenne di colore che arriva a lavorare come maschera pur aspirando ad andare all’università. Tra i due nasce una relazione, sentimentale e sessuale, tenerissima e improbabile quasi come quella tra i protagonisti eponimi del film Harold e Maude (1971) di Al Ashby: il riferimento non è casuale se nella sequenza, tra le più commoventi, in cui Hilary si concede finalmente di sognare, lo fa chiedendo di proiettare per lei sola nel cinema in cui lavora il film Oltre il giardino (1979) dello stesso Ashby. Come Chance di Oltre il giardino, Olivia vede la vita con occhi diversi dagli altri e la sua diversità, che il mondo esterno etichetta come malattia, non è che una forma di sensibilità estrema causata dai traumi subìti nel corso della sua esistenza. Una sensibilità che le permette di empatizzare con la diversità di Stephen, oggetto di violenze razziali sempre più pesanti da parte degli skinhead che circolano liberi nell’Inghilterra thatcheriana. Le loro anime pure si toccano per qualche istante, condividendo divertimento, musica, piacere, ma vengono presto inibite e spaventate dalla differenza di età e di colore della pelle. Eppure la loro resilienza, quando sembra ormai esaurita, regala un’ultima sorpresa allo spettatore…

 

 

Gli anni tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, dice Mendes, «sono stati anni di grandi sconvolgimenti politici nel Regno Unito, con politiche razziali a dir poco incendiarie ma anche con una straordinaria vitalità in campo musicale e in generale culturale, tra creatività, energia e impegno». Empire of Light nasce da questi spunti culturali ed è allo stesso tempo «un film molto intimo, nato quasi per intero durante la pandemia. Il lockdown è stato per tutti un momento d’intenso autoesame e riflessione e per me in particolare ha significato iniziare a confrontarmi con i ricordi con cui lottavo fin dall’infanzia. Lo spunto per iniziare a scrivere è nato dalla possibilità di esplorare quei ricordi e vedere se potevo trarne qualcosa di interessante». L’esplorazione di quei ricordi si distilla in un itinerario narrativo di delicata intensità, dove l’estetica del vintage ormai dilagante non riesce a sopraffare l’intenzione sincera di raccontare la fragilità umana.

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