Guardare dentro le cose. Non fermarsi alla superficie, ma andare dentro per capire. È quello che fa Marianne, scrittrice di successo che decide di tagliare i ponti con il suo mondo («Rispetto la regola, nessun contatto con Parigi») per immergersi in qualcosa di molto lontano da lei: il mondo della disoccupazione, della precarietà, della crisi con l’intento di «rendere visibili gli invisibili». Arriva così a Caen e inizia a presentarsi ai vari centri di lavoro interinale, raccontando che per 23 anni ha fatto la casalinga, con un marito che provvedeva a lei e che l’ha lasciata per un’altra. Dal momento che non ha esperienze professionali, le viene proposto di lavorare come “agent d’entretien”, definizione politicamente corretta per definire chi fa le pulizie al salario minimo garantito (lo SMIC che in Francia equivale a 7,96€). Dopo la trafila per imparare a fare un curriculum puntando sulle sue qualità («dinamica, gioviale, dotata di spirito di squadra»), il corso per usare la “bestia” ovvero la lavapavimenti, inizia a ottenere le prime ore di lavoro. E soprattutto frequenta i precari, persone che corrono da un posto all’altro per mettere insieme più ore possibili e non hanno tempo per fare altro: stringe amicizia con Cédric (Didier Pupin), che ha fin dal primo momento manifesta un debole per lei, con Michèle (Patricia Prieur) e il marito Richard, con Marilou (Léa Carne), giovane sognatrice, ma soprattutto con Christèle (Hélène Lambert), giovane madre single di tre bambini con cui sente una particolare affinità anche perché dopo l’incontro con lei capisce di aver trovato la storia: «Ho il libro, sarà il suo ritratto». Sulla sua auto, un catorcio prestatole da un’amica che viene affettuosamente chiamo “il trattore”, ogni giorno si reca a Ouistreham, dove si trova il porto di Caen, per fare le pulizie sul traghetto che attraversa la Manica e qui conosce altre persone: Nadège (Evelyne Porée), la capa che non tollera «nessuna assenza e nessun ritardo», la bomba Justine (Emily Madeleine), statuaria bellezza di ermafrodita a cui è impossibile risultare invisibile, gli uomini che fanno le pulizie (ma mai i sanitari perché «sono troppi sensibili»)… Si tratta di un lavoro massacrante, una vera e propria catena di montaggio: lo scalo dura un’ora e mezza e per ogni camera il tempo a disposizione è di 4 minuti. Marianne si adegua, cerca di prendere il ritmo mantenendo il suo segreto e mentendo alle persone che sono diventate sue amiche.

 

 

In Tra due mondi (in originale Ouistreham, film d’apertura della Quinzaine des réalisateurs 2021) Emmanuel Carrère alla sua terza regia dopo il documentario Ritorno a Kotelnitch e il film di finzione L’amore sospetto racconta una storia che sente sua e di cui ha scritto la sceneggiatura con Hélène Devynck basandosi sul bellissimo libro inchiesta di Florence Aubenas dal titolo Le quai de Ouistreham (edito in Italia da Piemme con il titolo La scatola rossa) che riporta la sua personale esperienza. Un’opera, ha dichiarato Carrère, «che segna un punto di incontro tra i due [film precedenti] perché parte da materiale documentario, ossia il libro di Florence, e diventa un’opera di finzione, contenendo molte invenzioni che non sono nel libro». Un film di denuncia, profondamente politico, incentrato su una storia esemplare in cui, non a caso, la protagonista si chiama Marianne come la donna simbolo della repubblica francese che rappresenta i valori su cui si fonda la Repubblica: ma nel mondo del lavoro precario se rimangono tracce di fraternitéliberté égalité sembrano invece latitare.

 

 

 

Carrère fa un ottimo lavoro di direzione attoriale, coadiuvato dalla sempre immensa Binoche: le altre attrici sono non professioniste e due di loro (Nadège e Justine) recitano nei panni di se stesse. Per andare in profondità al fianco della sua eroina, sceglie di lavorare sullo sguardo, dapprima dall’esterno riprendendo i luoghi che costituiscono il nuovo mondo di Marianne (il porto, la farmacia, le case, l’autostrada, la vita dietro le finestre) per poi passare, quando l’immersione diventa totale, allo sguardo verso l’esterno (emblematica la scena in cui Marianne e Christèle fumano dalla finestra e guardano fuori, subito ribaltata dall’inquadratura che le riprende affacciate, come a sottolineare la natura ambivalente di Marianne che è insieme dentro e fuori). Sul finale torna lo sguardo sui luoghi (la piscina che spegne le luci, la giostra, il battello che attende la squadra di pulizie). «Vorrei che rimanessimo amiche, che non ci perdessimo mai» è il desiderio di Marianne che sente la fine della sua storia avvicinarsi. «Chacun à/a sa place», sono le ultime parole che le rivolge Christèle: «Ognuno al suo posto» perché «ognuno ha il suo posto». Il cerchio si chiude: se il film iniziava con la lunga camminata di Christèle che attraversa la città per andare a reclamare quel che le è dovuto (il sussidio), il finale chiude su di lei, impassibile sulla navetta che la sta portando al battello, dove sta per iniziare il turno di pulizie. Tra i due mondi nessuna comunicazione sembra possibile.

 

 

 

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