ivana-sunjc-porta_8369_oriz_webAmleto a Gerusalemme. I ragazzi palestinesi vogliono vedere il mare è uno spettacolo che riunisce due protagonisti del teatro italiano, Gabriele Vacis e Marco Paolini, dopo una lunga esperienza condotta da entrambi proprio a Gerusalemme, nel Palestinian National Theatre di Gerusalemme Est, scuola di recitazione per ragazzi palestinesi “la cui voglia di lavorare in teatro è più forte delle difficoltà di attraversare ogni giorno check point e pregiudizi sociali”. Amleto a Gerusalemme, così, altro non è se non la sintesi di questa avventura durata anni e sostenuta dall’Associazione Tam- Strumenti di Pace e dalla Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri. In collaborazione con l’Ente Teatrale Italiano e il Teatro Nazionale Palestinese El-Hakawati, esponenti del teatro italiano come Gabriele Vacis (regista), Roberto Tarasco (scenografia, luminismi, stile) e Marco Paolini, insieme ad importanti artisti palestinesi, hanno dato vita a un laboratorio di teatro che si è poi rivelato un’avventura umana. I punti di partenza sono l’Amleto di Shakespeare e il tentativo semplice di spiegare la vita che si vive a Gerusalemme, che ha il profumo del caffè al cardamomo.

 

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In scena un mare di bottiglie di plastica distese disordinatamente su uno schermo capovolto e parallelo al pavimento. Tutt’intorno nere camere d’aria, grandi, piccole, accatastate o sparse disordinatamente. Anche gli attori sono già in scena prima che lo spettacolo inizi. Fermi o in movimento, osservano, osservati, il pubblico. L’inizio è lieve. Un ragazzo, in arabo, racconta in prima persona la sua storia a partire da quella del suo bisnonno. Accanto a lui un altro giovane attore traduce in italiano le sue parole. Sarà questo l’andamento di tutto lo spettacolo: parole che si inseguono in tre lingue diverse, attori che si incalzano con la loro straordinaria presenza scenica, immagini che scorrono e dialogano continuamente con gli attori in carne e ossa. Il teatro nel momento in cui la vita si interseca con un testo antico e saggio come l’Amleto. Storie di tradimenti, di amori dolorosi, di padri e figli e di madri e figli, storie di pazzia, rabbia e crescita. Il pericolo si avverte in ogni istante. È quello che si vive in forma costante in luoghi in cui la guerra si è da sempre infiltrata nella quotidianità, ma c’è anche l’ostinazione di continuare a raccontare storie, le proprie storie, come fanno gli attori che Vacis ha portato da Isra21233maxresdefaultele in Italia, e ad ascoltarle, come in scena fa Marco Paolini, nel suo “organizzare” visivamente il movimento, i tempi e gli spazi, che mutano e si muovono in continuazione. Perché quelle bottiglie vuote diventano una cascata che precipita sulle teste degli attori, sono il suono cupo del pericolo che incombe, ma, plasmate, diventano i mattoncini trasparenti di un plastico di Gerusalemme in cui continuare danzare, raccontare le proprie famiglie, le avventure giovanili. Mentre lo schermo si muove, le bottiglie diventano il mare, che Abdel, 19 anni, non ha mai visto, perché vive a Hebron e a Gerusalemme non può entrare. Ma i ragazzi palestinesi vogliono vedere il mare…Il lavoro consiste nell’estrarre dall’Amleto temi comuni ai giovani palestinesi di oggi, e restituirli a partire proprio dalla vita vera di ciascuno. L’eredità dei padri, la vendetta, il coraggio una sensazione opprimente di prigionia. E da questi improvvisare, costruire, distruggere, ricominciare. Si parla di una città in guerra, di occupati e di occupanti. Fortebraccio che vuole riprendersi i territori perduti dal padre e i palestinesi che non possono vedere la città che vedevano i loro genitori, perché ora, nelle loro case ci abita qualcun altro. Quel regno di Danimarca come Gerusalemme oggi.

 

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