Parigi 1967. Jean-Luc Godard, il più famoso regista della sua generazione, sta girando La Chinoise con la donna che ama, Anne Wiazemsky. Felici, innamorati, magnetici, si sposano. Ma la severa accoglienza del film scatena in Godard un profondo esame interiore che si lega agli eventi del maggio ’68. La crisi che scuote Jean-Luc lo cambia profondamente trasformandolo da regista di star ad artista maoista e outsider, frainteso e impossibile da capire.

 

 

Redoubtable: la storia del titolo

Non sono bravo a scegliere i titoli, ma sono un grande ammiratore di Godard, che, invece, ha sempre scelto titoli brillanti.  I titoli dei suoi film degli anni Sessanta sono i migliori a mio avviso perché ognuno assomiglia a un possibile autoritratto dell’uomo che avrebbe potuto essere: Vivre sa vie, Il disprezzo, Le Petit Soldat, Bande à parte. Il primo titolo a cui avevo pensato era Il grande uomo, ma aveva un suono caustico che non mi piaceva. Avrebbe anche potuto essere frainteso. Poi ho pensato a  Redoubtable e mi è piaciuto il lato “Belmondoesco” di questa parola. Evoca parole come ‘marginal’, ‘incorrigible’, ‘magnifique’, e può avere una connotazione sia negativa che positiva: dire che qualcuno è formidabile può essere un complimento tanto quanto un rimprovero.

 

Il libro Un an après di Anne Wiazemsky

Ho letto il libro totalmente per caso. Un giorno dovevo prendere un treno ma avevo dimenticato il libro che stavo leggendo. Così ho cercato un libro da acquistare in stazione e ho trovato Un an après e ho subito pensato al film che avrei potuto trarne. Anne Wiazemsky ha scritto due libri sulla sua storia d’amore con Jean-Luc Godard: Une Année Studieuse parla dell’inizio del loro rapporto, Un un après parla, invece, del maggio 1968, la crisi che Godard ha attraversato, la sua radicalizzazione, la disintegrazione del loro matrimonio, fino alla loro rottura. La loro storia mi ha toccato profondamente, l’ho trovata originale, commovente, sexy e semplicemente bellissima. Redoubtable contiene alcuni elementi di Une Année Studieuse, ma il nucleo centrale è di Un an après. Quando ho contattato Anne Wiazemsky aveva già rifiutato diverse offerte. Non aveva alcun desiderio che il suo libro diventasse un film. Ricordo che appena prima di riagganciare le ho detto che era un peccato, perché avevo trovato il libro molto divertente. Lei, allora, ha reagito dicendo di essere d’accordo, ma nessuno l’aveva mai detto prima. Ecco come è iniziato tutto. Può sembrare strano dedicare un film a Jean-Luc Godard, eppure, non credo che questo film sia inaspettato o atipico. Naturalmente si tratta di un argomento particolarmente complesso. Ma una delle cose che mi interessava e mi ha aiutato a credere che questo film fosse possibile, era che Godard, pur essendo un grande artista con una reputazione difficile – parliamo dei suoi film ma anche di lui come personaggio – può essere facilmente visto come un’icona della cultura pop. È uno dei personaggi chiave degli anni Sessanta, come Andy Warhol, Muhammad Ali, Elvis o John Lennon. In questo modo possiamo affrontare soggetti e temi comuni a tutti noi, come l’amore, la creazione, la politica, l’orgoglio, la gelosia…

 

La storia d’amore e il ’68

È la loro storia d’amore ad avermi attirato innanzitutto. Non è solo una storia di sesso o di desiderio. La distruzione della coppia Godard / Wiazemsky nasce dalla ricerca profondamente sincera di un uomo -profondamente radicato nella sua epoca – della verità politica e artistica, combinata con una sorta di patologia masochistica e autodistruttiva. Nella sua ricerca di ideali e di amore per la rivoluzione, quest’uomo distruggerà tutto ciò che lo circonda: i suoi idoli, l’ambiente che lo circonda, il suo lavoro, i suoi amici, ma anche la sua relazione d’amore. Finirà per distruggere anche se stesso. E Anne sarà la testimonianza della sua spirale in discesa, lo amerà quanto più possibile, ma non sarà in grado di seguirlo fino in fondo e sarà impotente nei confronti della sua autodistruzione. Ho trovato tutto questo molto bello. A tutto questo si può aggiungere una rappresentazione originale del maggio ’68, che non è stato spesso descritto nel cinema francese. Volevo dare un respiro nuovo, un colpo di colore e di gioia. Era importante perché per me queste immagini mostrano soprattutto rispetto per lo spirito del maggio ’68.

Io e il cinema di Godard

Quando ero giovane amavo À bout de soufflé, la sua incredibile energia, i suoi slogan mitici, la brillante presenza di Belmondo … poi, amavo i film del periodo di Anna Karina. Godard ha avuto un primo decennio affascinante: gli anni Sessanta. Certo, ho guardato o riguardato tutti i suoi film di quel periodo, respirano la libertà e restano assolutamente e deliziosamente audaci e moderni. Sono rimasto colpito da una cosa soprattutto: se, da un lato rifiuta il realismo di Truffaut, Chabrol e degli altri registi coevi, i suoi film, tuttavia, lasciano oggi un’impressione di insostenibile realtà. Quanto ai film degli anni Settanta, capisco l’approccio intellettuale ma devo ammettere che li trovo difficili da guardare. Li vedo più come ciotoli posti lungo una strada, fasi successive di una lunga riflessione che continua ancora oggi. È come se, ad un certo punto, Godard avesse voltato le spalle ad un certo tipo di cinema. Come spettatore considero questo cambiamento un problema, ma come regista, posso solo esprimere rispetto per la sua scelta e per la sua integrità.

 

Il regista e l’uomo.

Entrambi sono così intrecciati che Godard rimpiange il fatto che la sua immagine e il suo nome siano più familiari al pubblico dei suoi film. E questo era interessante ai miei occhi. Allora mi sono chiesto come potevo fare un film su un uomo dal carattere autodistruttivo e paradossale? Avrei potuto smussare tutti gli angoli e farne un ritratto completamente positivo, erigere una statua celebrativa, ma questo sarebbe stato un tradimento, perché nel suo “viaggio” e in particolare in quegli anni, Godard ha avuto un atteggiamento duro e senza compromessi, e questo doveva essere mostrato. E poi era molto violento. Si è comportato male in pubblico con numerose persone… Detto questo, non avevo voglia di criticare o di dare un giudizio contro di lui. Ecco perché fin dall’inizio del mio progetto ho pensato che gli avrei concesso letteralmente l’ultima parola. E questa è una delle sfide del film, che doveva trovare il giusto equilibrio tra l’aspetto distruttivo del personaggio e l’empatia che avrei voluto avere per lui. E anche tra la storia d’amore e la commedia; tra l’aspetto formale e la descrizione dei personaggi, e, infine, tra i temi che potevano apparire leggermente elitari e il mio desiderio di fare un film popolare.

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