«Un pub. 1977. Primavera. Mezzogiorno». Inizia con questa didascalia Tradimenti, pièce scritta nel 1978 e considerata una delle più rappresentative di Harold Pinter (sceneggiatore anche della versione cinematografica diretta da David Hugh Jones nel 1983). Si comincia dalla fine: Emma e Jerry si ritrovano due anni dopo la fine della loro relazione e, procedendo a ritroso, ne rivivono i momenti salienti. In questo viaggio della memoria il terzo protagonista è Robert, marito di Emma e migliore amico di Jerry. Oltre al tradimento dell’amore e dell’amicizia, entra in ballo anche il tradimento della memoria, non tutto è come sembra o come si pensava fosse. Michele Sinisi dirige un’originale e riuscitissima versione dell’opera: in scena con lui (è Robert), ci sono Stefania Medri (Emma) e Stefano Braschi (Jerry). Lo abbiamo incontrato.

 

 

 

Come mai dopo due spettacoli corali (I promessi sposi Sei personaggi in cerca d’autore) hai optato per un testo che prevede solo tre attori?

All’origine c’è una provocazione di Rossella Lepore, la direttrice artistica o meglio anima artistica di Elsinor, una persona con cui si riesce davvero a divertirsi e a dialogare nel fare questo lavoro. Da tempo voleva che lavorassi su un testo senza rimaneggiarlo. Da quando collaboro con Elsinor ho affrontato numerosi classici, ed è strano perché nel mio percorso con Teatro Minimo lavoravamo sempre su drammaturgie contemporanee, quindi su parole da dire che erano, il più delle volte, l’unico ed esclusivo veicolo dell’azione. Tradimenti, di tutta la drammaturgia pinteriana, è uno di quei testi che esercita una grande fascinazione su noi teatranti così come Il guardiano, Il calapranzi, Il compleanno… Il desiderio e la voglia di lavorarci c’è sempre stato e quindi ho preso la palla al balzo.

 

 

Ovviamente il testo è rappresentato nella sua versione integrale.

Sì, si tratta di un’opera inscalfibile, non a caso è intervenuta anche Alessandra Serra, la traduttrice di Pinter, che pur non condividendo fino in fondo la regia non ha potuto dire niente perché il testo non è stato toccato, viene messo in scena senza alcun taglio.

 

È una commedia, ma c’è un sottotesto di violenza non indifferente che tu espliciti nella scena di violenza domestica, ma anche con la testa del cervo…

Robert picchia la moglie, nel testo viene detto. Il cervo fa pensare al cornuto, ma in realtà quel che c’è dietro è il secondo stadio, è il côté selvaggio dei due amici che non ha mai avuto via di fuga. L’unica parte selvaggia sono le percosse alla moglie, ma con il contendente, il capobranco, Robert non riesce a rapportarsi. È una società, quella della borghesia inglese degli anni 60 e 70, che evidentemente aveva totalmente occluso la parte animalesca che c’è in noi e così quello che vien fuori sono le storture, le perversioni… In questa situazione si può sublimare – con l’arte, lo sport, l’agonismo, il potere politico – ma non si è in contatto con quella parte animalesca che per me lavora nella testa di cervo e rappresenta quello che vorrebbe fare Robert se ne avesse il coraggio. Cosa mette sul tavolo? La testa, il corpo di Emma contesa tra loro due o la testa di Jerry, l’amico da cui è stato tradito? È una nube scenica destrutturata che è la vera narrazione in quel momento, è l’incubo che è sempre irregolare…

 

La scenografia è fondamentale: questo quadro/libro su cui scorrono le didascalie è estremamente efficace e rimanda al lavoro di Emma nella galleria d’arte, ma anche al mondo dell’editoria in cui si muovono Jerry e Robert.

Quell’opera è alle nostre spalle in tutto lo spettacolo: ho deciso di fare la didascalia delle didascalie, di essere didascalico piuttosto che ipernaturalistico nella messinscena e quindi quello a cui si assiste sono le didascalie materiche che segnano il rapporto con lo spazio e con il tempo. Con Federico Biancalani, lo scenografo, ho lavorato sull’idea della brossura di cui si parla nel testo e, nello stesso tempo, sull’idea di aprire quell’opera, come da bambino quando vuoi vedere come funziona il meccanismo del giocattolo. Per questo a un certo punto si apre e la destrutturazione scenografica diventa destrutturazione segnica: basta vedere come la nostra recitazione passa dal piano naturalistico a quello sempre più performativo, dove l’attore in quanto artista è chiamato a gestire il rapporto con lo spazio. E il pubblico ci segue…

 

 

Già perché hai sempre in mente il pubblico quando realizzi uno spettacolo.

Sì, in questo caso mi sono assunto il rischio di prevederlo, però poi ogni sera ne ho la conferma, il pubblico è entrato nel gioco del teatro e ha un rapporto con la credibilità delle azioni e del dire tale per cui anche nel momento più performativo, quando Jerry e Emma dopo Venezia si rivedono ed è tutto talmente sbrindellato, o ancor di più con la testa di cervo al ristorante, gli spettatori capiscono di assistere a qualcosa di destrutturato, in stile avanguardistico. Anche nella messinscena mi piace puntare alla sostanza perché piuttosto che essere rassicurato da una forma chiusa e illudere di rassicurare chi sta in platea, preferisco che il rapporto umano sia l’aspetto preponderante, per me è sempre un gioco che, a livello empatico, condividi con il pubblico.

 

A proposito di arte performativa, a un certo punto Emma con un cannello da cucina cuoce “un brasato”…

Qui il riferimento è a Rodrigo García e a quanto il teatro, a partire da fine anni 90, ha solleticato ambiti distinti quali l’arte contemporanea, l’arte performativa e quindi mi piaceva lavorare sulla materia viva in scena. Nel caso specifico del brasato, o meglio del pollo, è l’azione principale della penultima scena, ma è diventato qualcosa che vuol darle compimento drammatico, un modo per nutrire il rapporto verbale perché in quel momento, dopo tanta azione, c’è una specie di risacca narrativa: fondamentalmente è un confronto verbale sulla realtà esponenziale della paranoia che Emma e Jerry vivono. Per quanto sia vicina all’inizio della loro storia, in realtà questa scena si porta dietro la sommatoria delle esperienze vissute a ritroso nel presente in teatro, il pubblico è bombardato da tutti i giochi del tradimento continuo, sulla scena, tra loro, nell’amicizia e nel rapporto di coppia per poi ripulire qualsiasi tipo di aspettativa, di attesa di senso edonistico…

 

E si arriva così alla lunga scena finale costituita da celebri brani musicali….

Con quegli otto minuti di musica c’è l’idea di azzerare qualsiasi aspettativa riuscendo a condividerla con il pubblico. Vorrei mettere una videocamera sul palco e filmare il pubblico perché è bello, io vedo i tempi di reazione delle persone che a un certo punto si aspettano un nuovo effetto che non arriva.

 

Parliamo della scelta delle musiche: si va da Jimmy Fontana agli A-ha, passando per Heather Parisi, Madonna, i Duran Duran, i Cure, i Clash, Michael Jackson…

Per me Il mondo è l’italianità, la musica italiana prima ancora che diventasse globale, post melodramma. Per quanto mio padre mi obbligasse ad ascoltarla in macchina mentre si andava al mare, quando partiva l’effetto era talmente di pancia che non riuscivo a restarne indifferente e mi ha sempre ricollegato all’emozione condivisa con lui, quindi con il passato. Che è un po’ il motivo per cui uno straniero va a Venezia, l’aspetto romantico dell’Italia, il tempo che si è fermato… Anche la decadenza architettonica, l’incapacità di progettare il futuro da un punto di vista urbanistico per assurdo a volte è motivo di fascino per lo straniero… «Questi italiani sono così faciloni», dice Pinter.

 

E Take On Me degli A-ha?

Take On Me è il pezzo per antonomasia che rappresenta gli anni 80 ed è qualcosa che ci ritualizza, ci fa diventare comunità nel rapporto con la nostalgia, è il suono della nostalgia. È insito anche nei ventenni di oggi che sono i fruitori della commercializzazione del revival. Per me segna forte il rapporto con l’inizio e il ricordo di quella storia. Sono tutti pezzi fortemente riconoscibili, Disco Bambina è l’antitesi della scena del pollo, è un prendere a schiaffi quel pollo bruciato, e poi c’è l’anglicizzazione del divertimento attraverso i Cure, i Clash, i Duran Duran… In fondo Pinter oggi è un ashtag tanto quanto i Duran Duran.

 

Foto Luca Del Pia

Milano       Teatro Sala Fontana         fino al 24 novembre

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