In È solo la fine del mondo, Xavier Dolan ha fatto di Nathalie Baye  (che aveva già lavorato con il regista canadese in Laurence Anyways) e Léa Seydoux, madre e figlia, protagoniste sullo stesso piano di uno di quei ritratti di famiglia in un (infernale) interno che tanto gli piacciono. Léa è la sorella e Nathalie la madre del protagonista, scrittore di successo (Gaspard Ulliel) che torna a casa per svelare un segreto e si ritrova prigioniero dei conflitti e dei fantasmi da cui era scappato 12 anni prima. Intorno al tavolo da pranzo, ritrova anche il fratello (Vincent Cassel) e conosce la cognata (Marion Cotillard).  È solo la fine del mondo racconta di una famiglia in crisi, i cui membri cercano disperatamente di comunicare fra loro. All’ultimo festival di Cannes, dove il film ha vinto il Grand Prix, abbiamo incontrato le due attrici.

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La storia

Léa Seydoux: La vicenda è piuttosto semplice. È la storia di un fratello che è diventato uno scrittore famoso e che torna a casa dopo 12 anni per annunciare una notizia importante. Quindi è molto ansioso di rivedere la sua famiglia e avere un confronto con loro. Tutto ruota intorno alla impossibilità di esprimersi, di amare liberamente e intorno al fatto che non si riesca a sfuggire dagli equivoci. È questa la ragione per cui il film è così toccante. Siamo esseri umani. In più, il fulcro è la famiglia, e questo lo rende ancora più realistico e sincero.

 

I personaggi

Nathalie Baye: Nella vita sono una madre molto diversa da quella che interpreto. Per esempio ho un solo figlio maschio, non due. Scherzo, siamo diverse, ma è il fatto di essere madre che me la fa comprendere. In realtà però la sceneggiatura e la piéce teatrale da cui è tratta sono così belle e profonde che se anche non lo fossi stata sarebbe stato lo stesso. Xavier sapeva precisamente cosa voleva da noi e che tipo di film voleva realizzare. Per cui il fatto che fossi una madre aiutava certamente, ma… come dire: non c’è bisogno che tu abbia ucciso qualcuno per interpretare un killer.

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Il non detto

N.B.: Il silenzio è un elemento estremamente potente e fondante del film. trovo che abbia la stessa importanza e in alcuni passaggi persino maggiore delle parole che si scambiano i componenti della famiglia.

L.S.: il protagonista che ritorna non parla mai del perché era andato via di casa, ma il pubblico può immaginarlo facilmente. Il non detto assume una valenza enorme. Non abbiamo discusso di questo aspetto in fase di preparazione perché il film è tratto da una pièce e quindi tutto era molto definito. La vicenda si svolge in un pomeriggio, una manciata di ore: infatti abbiamo girato in pochissimo tempo.

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Sul set

L.S.: Xavier Dolan è un regista che parla molto coi suoi attori. Non solo. Lui piange e ride con te. È così entusiasta da caricarti di energie. È eccitato, felice, mai annoiato: e questo lo rende amabile. È giovane, libero, ti carica continuamente. Viveva le emozioni di ogni singola scena insieme a noi, i suoi attori, lo senti, lo percepisci costantemente al tuo fianco. Io credo che sia fuori dal tempo. Sono sicura che sarà così anche quando avrà 40 anni. È il suo modo di essere e di dirigere. Naturalmente si trattava di lavoro, per cui dovevamo essere molto concentrati e attenti, ma è stato anche molto divertente.

 

N.B.: È molto interessante vedere Xavier sul set, perché riesce a essere davvero speciale. Ho recitato in molti film e lavorato con attori fantastici, ma Xavier è davvero speciale sul set. Durante la lavorazione ci suggeriva anche i cambiamenti di tono. Se la tua battuta era “Ciao”, lui magari ti diceva, alzando la voce: “No! Ciao!”. Gli piace provare soluzioni differenti e quando lavora al montaggio, che fa lui stesso e da solo, sceglie quella che preferisce liberamente. Lui è nato attore. Quindi, recita sempre, gli viene naturale partecipare, intervenire nella performance.

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