Matt e Max sono amici d’infanzia, destinati a vite differenti ma ancora dipendenti da una consuetudine di affetti che sembra sempre meno consona alla loro età. Matthias è avvocato, ha una compagna, vive in una scissione tra le prospettive di una vita adulta e le consuetudini di un’adolescenza ormai finita. Maxime, il volto attraversato da un angioma rosso intenso, sopporta il peso di una madre incline alle dipendenze e tira avanti, ipotizzando una fuga in Australia come un salutare salto nel vuoto. Attorno a loro si srotolano le serate tra gli amici: momenti che tentano di fermare il tempo e le responsabilità, in cui ai giochi ancora infantili si sovrappongono le naturali paturnie della crescita. Quando, per una scommessa persa, i due amici devono baciarsi davanti a una telecamera, molte delle loro certezze iniziano a vacillare. Matthias et Maxime, ottavo film di Xavier Dolan, è uno malinconico racconto di formazione su dei trentenni che non riescono a consolidare una loro autonomia adulta ma è anche un ritorno alle origini estetiche e narrative del cineasta canadese. Dolan irruppe a Cannes – alla Quinzaine des Réalisateurs – appena ventenne con il suo film d’esordio J’ai tué ma mère. Oggi torna a occuparsi, con una sincerità emotiva che ricorda quell’opera prima nervosa e spiazzante, dell’impalpabilità e dell’imprevedibilità dei sentimenti accantonando le ambizioni smisurate di alcuni film precedenti – il fluviale Laurence Anyways, il ricattatorio e urlatissimo Mommy, il funereo e irrisolto È solo la fine del mondo, il tonfo internazionale La mia vita con John F. Donovan – e tornando a scegliere una via più lineare, e per questo più stratificata, al racconto dell’amore e di ciò che lega e scalda le persone.

Dolan presta volto e passione a Maxime: rende credibile il senso, generazionale ma non generalizzato, di una profonda insicurezza sul futuro e su di sé. Maxime è gravato da responsabilità che lo schiacciano e appare chiaro che quel languore dolente e irreversibile che lo spinge verso Matthias è qualcosa di più di un semplice sentimento amicale. Ma Dolan non riduce il tutto alla descrizione della nascita di un amore omosessuale, anzi scardina il lavoro sui generi diffondendo empatia nella storia e onorando la peculiarità di un sentimento con il rispetto di chi sa che ogni storia e ogni sentimento sono unici. Matt e Max sono due amici che si stanno innamorando? O si stanno innamorando perché il potere di quell’amicizia è l’unica cosa che realmente gli appartiene? In una scena Maxime ritrova in un cassetto un disegno d’infanzia dell’amico, che li ritrae insieme in un idillio affettivo: il loro amore è riconoscimento dell’altro, solidarietà, senso di casa. Il film di Dolan però non mette in contrasto i sentimenti, non distingue ipocritamente l’esclusività di un rapporto a due dal contesto in cui si muove: sono infatti disseminati, come una punteggiatura, tutti i momenti sociali, le riunioni e le feste, le liti e le cene, gli attimi privati che, in una vita difficile, formano e segnano i personaggi. Dolan costruisce un melodramma senza enfasi e torna all’essenziale, con la macchina da presa attaccata ai corpi dei protagonisti, pur senza rinunciare al parossismo, qui sanamente meno enfatico, tipico del suo cinema. Il lavoro onestamente viscerale – senza pelle – limita la sensazione di assistere a una messa in scena troppo vezzosa e modaiola; le scelte musicali indie (gli Arcade Fire, la splendida Song for Zula di Phosphorescent, le immancabili hit pop su cui ballare e scatenarsi) sono ben piantate nel senso narrativo, lo commentano raddoppiando l’emozione. Matthias et Maxime, esponendo impudicamente le proprie emozioni e i propri difetti, narra non solo l’ipotesi di una storia d’amore, ma anche l’inquietudine di una piccola comunità urbana, irrequieta e solidale, di giovani uomini e donne alle prese con i segni lancinanti lasciati dal tempo che passa.

Scrivi