L’appartenenza e la libertà, un po’ come dire il desiderio di stare e il bisogno di andare, l’eterna lotta tra forze statiche e spinte al cambiamento: in Figlia mia (in Concorso alla Berlinale 68) c’è tutta l’istintuale capacità di Laura Bispuri di lavorare sul contrasto identitario, sulla mobilità remota degli elementi fondativi della persona, per far emergere in controluce la trama sociale arcaica di un’umanità eternamente uguale. Figlia mia racconta una storia di femminilità dispersa nella triangolazione tra due donne opposte per carattere e spirito vitale e una bambina, generata da una e cresciuta dall’altra. Essere figlia, come essere madre, è una questione di scelta che si impone tanto nel sangue quanto nello spirito: con i suoi 10 anni, Vittoria è lo spettro di se stessa, fiammeggiante nei capelli rossi e pallida nella carnaggione mossa da lentiggini. Stretta tra l’amore esclusivo della madre Tina (Valeria Golino), che l’ha cresciuta come una ragione di vita, e il disamore istintivo di Angelica (Alba Rohrwacher), che l’ha messa al mondo ma l’ha subito data all’amica. Vittoria è lì, inconsapevolmente in bilico tra queste due donne: posata, dolce e docile Tina, con lunghi e mossi capelli neri e una quotidianità di lavoro nella pescheria del marito; sbandata nella sua femminilità Angelica, dirottata nell’eccesso vitalistico di notti perennemente ubriache, in cerca di uomini che le paghino da bere. Il patto silenzioso tra le due prevede da sempre che Vittoria sia figlia di Tina, ma ora che Angelica è costretta dai debiti a lasciare la masseria e partire chissà per dove, una forza istintiva spinge la bambina verso quella donna che ha i suoi stessi capelli rossi e che tutti trattano come una mezza matta.

 

Il richiamo del sangue diviene dunque dramma arcaico: nell’arco narrativo che nella genitorialità e nella discendenza contempla la maternità, si colloca la questione di una femminilità in cerca di definizione. Dietro la vicenda di due madri che si contendono una figlia, in realtà Laura Bispuri racconta soprattutto la storia di una figlia che si dibatte tra l’istinto che le parla di una madre e la convenzione che la spinge verso un’altra madre. Questione di ordine e caos, di sistema e di istinto: lo scenario non è poi tanto diverso da quello di Vergine giurata, anche questa volta, infatti, la Bispuri lavora radicalmente sulla problematicità della definizione identitaria, sul conflitto che definisce la persona ponendola in bilico sul crinale di un intimo sentire posto finalmente a confronto con le coordinate offerte dalla vita vissuta quotidianamente. Figlia mia è in questo senso un tracciato che divarica verso l’esterno quel grumo intimo e intransitivo che era Vergine giurata: qui è tutto imposto nella luce di una Sardegna arcaica, dove il tempo appare sospeso un un passato sostenuto dalla definizione basilare dell’umanità. Però resta purtroppo l’imbarazzo di un film che non sa davvero liberarsi in una gestualità filmica radicale. Il confronto tra le due madri è rigido, schematico, così come la maturazione della piccola protagonista, non c’è spazio per una pulsione autentica nel loro discorrere tra istinto e ragione. E la stessa figura affabulatoria della rinascita della bambina, mediata dal luogo simbolico della buca nella necropoli sulla scogliera, rimane didascalica perché non trova la forza di librarsi in una dimensione astratta. Le stesse protagoniste sembrano cimentarsi in funzioni narrative troppo rigide, inciampando in dialoghi poco liberi (che meritavano una revisione) e in costumi troppo smaccati. Figlia mia resta insomma un’opera che ha le sue buone ragioni nell’istinto della regista, ma non trova la forza di liberarsi dalle redini di una pur compiuta composizione tematica.

 

 

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