Tra fede e blasfemia, tra religiosità da beghine e doloroso tormento: tutta la potenza del melodramma (dai tratti evangelici) secondo Augusto Genina. All’interno della preziosa retrospettiva dedicata dal Cinema Ritrovato a Genina, è stata proiettata una copia ritrovata dell’edizione francese di Maddalena, film del 1954 che seguiva di pochi anni Cielo sulla palude, biografia di Maria Goretti. Il film, tra i capolavori del regista, coproduzione italofrancese, è un mélo girato nel Sannio con attori professionisti e non. Avrà un restauro prossimo. Narra di un feroce scherzo (da prete?) pianificato dal libertino miscredente Gianni (Charles Vanel). L’uomo ingaggia una prostituta di città (Marta Toren), Maddalena, perché si proponga in paese come interprete della processione pasquale, del Venerdì Santo, nei panni della Vergine Maria. Dopo le titubanze iniziali (la “straniera” preferita alle “figlie/madri/sorelle/mogli” locali…), la donna viene accettata anche grazie alla sua straordinaria bellezza che fa innamorare. Alcuni si convincono addirittura che sia apparizione vera di Maria. Quando la sola presenza della donna guarisce un ragazzo in fin di vita, il paese intero si convince definitivamente della sua “santità”. Solo il parroco (Gino Cervi) conosce la verità della donna e la protegge.

 

Infine Gianni, furioso per essere stato rifiutato dalla “prostituta” Maddalena nella notte, rivela l’identità e la vera professione della donna. Il paese intero, che l’ha appena celebrata come santa un attimo prima, la lapiderà a ridosso di un’edicola votiva dedicata proprio alla Madonna.
Prima del film, a Bologna, è stato proiettato un rullo della versione italiana, quella in cui, nel prefinale, ogni epiteto della lingua del Belpaese non viene risparmiato a Maddalena, prima della lapidazione: “bagascia”, “puttana”, “zoccola”…La potenza visiva, immaginifica e disturbante di Genina non è affatto invecchiata. Già in poche inquadrature sulla folla di paese, l’autore riesce a restituire tutto il possibile (non) senso di una religiosità di mera superficie, di messinscena e superstizione, dove si è pronti a santificare o lapidare la stessa persona nell’arco di pochi secondi in nome di una verità che ognuno è convinto di avere in tasca e in cui l’unico essere umano dotato di grazia pare invece Maddalena (la sola che pare “ex veritate”). L’unico vero affetto della vita di Maddalena è una figlia morta in modo atroce proprio il giorno della Cresima. Da quel giorno la donna non è riuscita più a pregare la Vergine Maria a cui era molto devota. Nella tradizione del melodramma ogni elemento tragico è spinto all’estremo e al parossismo (la figlia bruciata viva dalle candele votive), Genina però dimostra in ogni scena la propria statura cinematografica. In esergo, nel cartello d’apertura, il film viene definito dal regista “storia fuori dal tempo e dallo spazio. Senza alcuna allusione storica e sociale”. Se la prima parte della frase è tristemente vera, ancora oggi, la seconda sembra beffarda e antifrastica (oltre che falsa). Di questo mélo di Genina sorprendono soprattutto la cattiveria e la ferocia nel mettere a fuoco il paese (per estensione il Paese) gretto, meschino e superstizioso, dove non si “salva” praticamente nessuno (a parte il sacerdote interpretato da Gino Cervi).

 

Scrivi