L’urlo e la perfezione: in scena c’è quel corpo agonistico in dissidio con tutto e tutti, se stesso compreso, che è stato John McEnroe, molto più di un semplice campione del tennis, piuttosto l’emblema di un rapporto dissociato tra la sacralità di uno sport d’élite e il suo essere icona del genio incontenibile. Se il tennis è una questione di gesti, movimenti, posizioni reciproche tra se stessi e l’altro sé che è l’avversario, John McEnroe scavalcava tutto questo in una relazione intima e incontrovertibile con la globalità della scena agonistica, un intreccio di racchette e palle, linee di fondo e giudici di linea, arbitro e pubblico, fotografi e cameraman, sussurri e grida… Il segno della palla sulla terra battuta del Roland Garros, il piede orizzontale rispetto alla linea di battuta per favorire il tiro mancino, in attesa del serve & volley, il “net” gridato a smorzare sulla rete lo slancio… Con McEnroe tutto era di troppo, perché troppo era lui, perennemente in cerca della via di fuga da una concentrazione che non voleva trovare o piuttosto non voleva far trovare all’altro sé dall’altra parte della rete: un introverso che giocava estrovertendo il dissidio che nutriva dentro, in una posa in opera globale dello spettacolo agonistico di se stesso…

 

C’è tutto questo e niente di tutto questo in L’empire de la perfection, film saggio di Julien Faraut (in Concorso a Pesaro 2018), che scavalca il filmabile di McEnroe per scovarlo nell’archivio filmato dell’Institut National du Sport, de l’Expertise et de la Performance, dove lavora da quindici anni. Faraut gioca la sua partita a distanza di sguardo, smaterializzando la flagranza del gesto agonistico di John McEnroe nel fulgore della sua memorabile stagione 1984, che inciampò solo al Roland Garros, in finale contro Ivan Lendl. E gioca una doppia partita, in doppio con un altro tennista/cineasta, Gil de Karmadec, sulle cui immagini di McEnroe, girate a scopo didattico sportivo, rimonta questo film saggio pensato come una riflessione sul gesto agonistico del campione e infine risolto, nella meravigliosa seconda parte, come uno psicodramma intimista, un kammerspiele nella testa del genio sregolato, in campo e fuori campo.  L’empire de la perfection non è una sfida con la presa diretta agonistica, come spesso accade al documentario sportivo contemporaneo, che tende ad applicare criteri da antropologia visuale alla contemplazione tecnologica del gesto (penso, per esempio, al film di Gordon e Parreno su Zidane): Julien Faraut non sta con Marey e Muybridge (quella semmai era la posizione in campo di Karmadec), il suo intento non è scomporre l’azione, ma studiare – e ammirare – la reazione, enfatizzare l’enfasi della posa in opera psicologica della ribellione: c’è il tennis filmabile come sport e poi c’è il tennis filmabile come performance psicologica, ma c’è soprattutto la filmabilità del tennis, il grado di relazione tra l’impianto meramente psicologico del giocatore e la possibilità del cinema di approssimarsi alla sua sostanza. E Faraut sfrutta questa possibilità, spingendosi nello studio empatico dell’atteggiamento distonico di McEnroe in campo: le sue battaglie col pubblico, il fastidio per il ronzio del dispositivo cinematografico (le cineprese di Karmadec) a bordo campo… La drammaturgia del saggio filmato (che cita Daney e Godard) è poi retta dalla voce di Mathieu Amalric, controfigura vocale in ideale sintonia con l’intemperanza di McEnroe.

 

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