Charlie ha quindici anni, vive con un padre-bambino che gli dona un affetto gioviale più che una vera protezione, ha dimenticato la madre fuggita chissà dove molti anni fa, conserva gelosamente una foto che lo ritrae con la zia, figura di riferimento che pesa nella sua assenza, custode di un’ipotesi di famiglia a cui Charlie continua ad aggrapparsi. Charlie è un atleta: corre a perdifiato per colmare le distanze che gli appesantiscono il cuore, è gentile e generoso ma ha negli occhi il segno di una lacerazione, un vuoto emotivo che aspetta solo di essere riempito. E il caso vuole che a riempirlo sia un cavallo. Charlie incontra un ruvido e masticato allevatore equino che, quasi per scherzo, lo assume come aiutante e lo fa scivolare nel sottobosco delle corse: non ippodromi stracolmi e festoni sfavillanti ma polverose strade dell’America suburbana e rurale (siamo nell’Oregon, oltre la periferia di Portland). Charlie lega con Lean On Pete, un bel cavallo riempito di stimolanti per vincere qualche dollaro in giro per le campagne del Nord Ovest; inizia a proteggerlo; sente un legame che è una costruzione sentimentale finalmente piena, frutto di una scelta indipendente volta a frenare la frana della sua affettività monca. Il rapporto tra ragazzo e cavallo – e le tragedie dickensiane che continuano a puntellare la vita di Charlie – non ha la mistica dell’intesa, dell’amicizia uomo/animale che porterebbe il film verso un sentimentalismo da family movie anni settanta.

Lean On Pete riempie un vuoto, colma una lacuna, è una presenza fisica da rivestire consciamente di un valore affettivo di grande forza simbolica. E questa forza diviene il motore del racconto, che si trasforma nell’accidentato desiderio di ricerca, di un fine preciso (il ritrovamento della zia, la parziale e dolente ricomposizione di un nucleo familiare esploso), di un attraversamento tutt’altro che paesaggistico dell’America più profonda. È qui che acquista senso l’esergo di John Steinbeck che apre il film: “È pur vero che siamo fragili, brutti, meschini e litigiosi, ma se quel che siamo fosse tutto qui, saremmo scomparsi dalla faccia della terra ormai da millenni”. Andrew Haigh, dopo la doppia indagine sul senso profondo del passato amoroso messa in scena nei precedenti Weekend e 45 anni, prova a guardare cosa potrebbe spingere verso il futuro un ragazzo su cui la vita si è accanito, cosa continua a renderci umani al di là dei lutti e delle tragedie. E ancora una volta il motore non può che essere nel sentimento, nell’affetto gratuito e generoso, nella conquista e difesa dei legami, nell’amore dato prima ancora che ricevuto. Haigh è un regista di affetti: in questa sua trasferta americana (e nell’adattamento dell’omonimo romanzo di Willy Vlautin) si affida alla naturalezza del suo giovane interprete per costruire un personaggio a suo modo lineare e cocciuto, privo delle complessità ambigue dei giovani protagonisti dei film di Gus Van Sant, a cui Haigh, anche esteticamente, occhieggia. Lean On Pete (in concorso) è un film onesto, a tratti smaccato nella sua ricerca di purezza, impudico nell’affetto mostrato per tutti i personaggi (dallo sghembo mentore Steve Buscemi alla fantina sfiorita Chloe Sevigny), orgoglioso di una semplicità che solo grazie al controllo emotivo dell’autore non scade nel retorico e nel banale. Un film fragile e imperfetto, ma che ha la voglia e la forza di parlare ancora una lingua d’amore.

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